RIGORE ED EQUITA’

In queste ultime settimane particolarmente caratterizzate dal rovente clima politico, in ragione del lungo periodo di stasi che si sta registrando per la costituzione del nuovo Governo dopo le elezioni del 24 e 25 febbraio e l’attesa per la prossima elezione del nuovo Capo dello Stato, sono passate un po’ in sordina due notizie riportate dai quotidiani, entrambe riguardanti il mondo del lavoro, sia quello privato che quello pubblico.
La prima notizia riportava i dati, piuttosto allarmanti, su produzione e disoccupazione, in particolare giovanile, con oltre un milione di licenziati nel 2012 (il 14% in più rispetto all’anno precedente) che mostrano un Paese in pieno disfacimento economico e sociale che stenta a trovare la strada della ripresa.
La seconda notizia, invece, si riferiva al rapporto pubblicato dall’ARAN sulla Pubblica Amministrazione dal quale si evince che nel 2011 – per la prima volta dopo oltre 30 anni – è calata la spesa pubblica sostenuta dalla P.A. per pagare le retribuzioni dei dipendenti pubblici che in cinque anni sono diminuiti di 230 mila occupati.
Sul primo punto, produzione e disoccupazione, riportiamo il commento della CISAL nel comunicato stampa del 16 aprile u.s. “…Ciò deriva, oltre che dalla congiuntura internazionale, anche da difetti intrinseci del sistema Paese. Infatti, anziché affrontare il problema occupazionale attraverso un serio progetto di rivisitazione del sistema, si cerca di rinviare il problema, come nel caso della cassa integrazione. Sul punto, non si possono ignorare le responsabilità dell’Europa, preoccupata di imporre rigidi vincoli di bilancio, che nel caso dell’Italia sono paradossali, tenendo conto che il nostro Paese risulta essere il terzo “contribuente” in termini assoluti, versando nelle casse europee ben più di quanto riceva poi in termini di contributi dall’Europa stessa”
Sul secondo punto, taglio dei salari e riduzione del numero dei dipendenti della P.A., possiamo limitarci a fare l’elenco dei ripetuti, pesanti, interventi che hanno subìto i lavoratori pubblici, anche a seguito della ignobile campagna denigratoria messa in atto dall’ex ministro Brunetta, che vanno dal blocco delle retribuzioni e dalla riduzione del salario accessorio, dal mancato rinnovo dei contratti e dei percorsi di carriera, ai tagli lineari degli organici ed al conseguente blocco delle assunzioni attraverso la cosiddetta “spending review”, fino a prevedere l’impossibilità (se e quando si potranno rinnovare i contratti) di richiedere il ristoro della perdita di valore delle retribuzioni nel periodo di vacatio.
Al danno subìto dai dipendenti pubblici, non soltanto per gli aspetti economici ma anche per le condizioni lavorative, bisogna aggiungere il “costo”, in termini di minore efficienza dei servizi, che subiscono i cittadini in conseguenza dei citati tagli lineari.
E come se non bastasse, pare scongiurata, almeno per il momento, l’ipotesi dell’ulteriore blocco del rinnovo contrattuale formulata dall’attuale Governo in carica per l’ordinaria amministrazione e, persino, il mancato pagamento dell’indennità di vacanza contrattuale (stiamo parlando, udite udite, di 12 euro lordi mensili fino a giugno che aumenterebbero a 20 euro dal luglio successivo).
In un regime di vacche magre e di rigore è giusto parlare di sacrifici e tagli di sprechi a condizione, però, che al sacrosanto principio del rigore si affianchi l’altrettanto sano principio dell’equità distributiva perché, mentre continuiamo ad assistere alla difesa strenua di ingiustificati privilegi, a partire dalla classe politica, non altrettanto possiamo dire del peso che si è abbattuto sui lavoratori dipendenti e sui pensionati.
C’è bisogno di un radicale cambiamento della strategia e della cultura nella gestione della cosa pubblica che sia finalizzata ad una effettiva innovazione della Pubblica Amministrazione, che ponga al centro il valore del lavoro pubblico, recuperi il potere di acquisto delle retribuzioni e riaffermi il valore e la funzione della contrattazione iniquamente calpestate ed annullate dalla “legge brunetta”.
Per tutto questo, inutile sostenere farisaicamente il contrario, occorre che vi siano un Parlamento ed un Governo nel pieno dei poteri ai quali la CISAL potrà rivolgersi richiedendo con forza di provvedere.