PA: RIFORMARE I RIFORMATORI!

L’ennesima, inutile riforma della pubblica amministrazione. L’ingerenza della politica alla base dell’inefficienza e della corruzione.

Riformare i riformatori? Una domanda legittima dopo l’ennesima riforma, peraltro in alto mare. Non un’opinione, ma un dato di fatto sul quale riflettere.
Da decenni, ormai, la pubblica amministrazione è oggetto di attenzione, si fa per dire, nel senso che non c’è stato ministro che non abbia voluto iscrivere il suo nome nell’Albo dei “Riformatori” della Pubblica Amministrazione, appunto.
Nessuno di loro, però, ha avuto il buon gusto (rectius sentito il dovere) di spiegare il perché la precedente riforma non avesse prodotto effetti e perché, quindi, fosse necessaria una nuova riforma che ne correggesse gli errori.
Sarebbe stato chiedere troppo? Sinceramente non credo. Sta di fatto che ad oggi (in presenza, peraltro, di un blocco della contrattazione al 2009 che la sentenza della Corte Costituzionale, su ricorso promosso dalla Fialp/Cisal, ha dichiarato illegittimo), ci troviamo ancora una volta di fronte all’ennesima Riforma, quella del ministro Madia, redatta, discussa ed approvata con gli stessi, identici metodi: assenza totale di fondate ed argomentate motivazioni sui mancati effetti della precedente!
Una premessa, la mia, che non intende confondersi con sterili battaglie di retroguardia intese a difendere l’indifendibile, né correre il rischio di essere omologata ad un certo tipo di vetero sindacalismo, pregiudizialmente contro e ideologicamente bloccato da schematismi ormai superati.
No, la mia è una premessa rivolta ai Riformatori, in nome e per conto di quanti, tra i lavoratori pubblici e non solo, attendevano da anni una riforma seria, moderna, radicale, credibile, nella quale riconoscersi finalmente ed impegnarsi quali protagonisti e non vittime, attori e non comparse, soggetti e non destinatari passivi ed inascoltati di scelte unilaterali e di vago sapore punitivo.
Di quei lavoratori pubblici che mi ostino a ritenere in netta maggioranza, costretti ad assistere impotenti agli sprechi ed alle inefficienze, testimoni involontari di favoritismi arroganti come di immobilismi paralizzanti, a subire ingiustizie quotidiane, a soffocare capacità e voglia di fare per non rompere falsi equilibri e per non scatenare vendette trasversali, coinvolti, loro malgrado, in un meccanismo perverso che nel tempo ha spento entusiasmi e cancellato valori, quali il merito, il senso di appartenenza, la responsabilità, l’impegno lavorativo.
Ebbene, si fa fatica a credere che di tali realtà vissute quotidianamente il legislatore/riformatore non sia a conoscenza.
Ha preferito, invece, indirizzare la propria sensibilità alle periodiche campagne di stampa sui riprovevoli comportamenti individuali o di gruppo, avallando di fatto la superficiale quanto assurda conclusione che la responsabilità delle inefficienze e dei disservizi nella pubblica amministrazione ricadesse per intero sui lavoratori.
Chi può smentire, infatti, che l’essenza della riforma sia stata esaltata sui mass media soprattutto per gli strumenti anti “furbetti del cartellino”, alle assenze estemporanee ed al privilegio del posto fisso?
“Finalmente si potranno licenziare” è il titolo che ha campeggiato su molti giornali all’indomani di scandali più o meno noti.
Tutto questo confondendo con estrema superficialità, ma temiamo in molti casi con colpevole consapevolezza, gli effetti certamente distorsivi, ma in ogni caso non generalizzati, con le cause storiche della progressiva inefficienza della macchina pubblica.
Una su tutte: l’invadenza politico/partitica che ha scientificamente utilizzato a fini clientelari ed elettorali il dilagante disservizio pubblico, fino a farne uno degli strumenti principali per la raccolta del consenso, anche attraverso la diffusione della corruzione.
Una sorta di ricatto permanente che ha istituzionalizzato una tra le più perverse forme del cosiddetto voto di scambio.
Una credibile riforma non avrebbe dovuto presupporre un altrettanto coraggiosa ammissione di colpa dei veri responsabili e di una contestuale dichiarazione di totale e definitiva rinuncia alla sconfinata riserva di caccia, quale presupposto credibile, appunto, della effettiva volontà di avviare finalmente un radicale processo di recupero di efficienza, efficacia, trasparenza ed economicità dell’intero apparato pubblico?
Così non è stato. Traspare ancora e con una certa evidenza, la volontà di mantenere in piedi un modello gestionale di tipo prevalentemente autoritativo ed ispirato ad una non celata voglia di restaurazione.
Sono profondamente convinto – ed amareggiato – che anche il “nuovo” legislatore riformista continui a muoversi in senso antiorario, ignorando fatti e tendenze che avrebbero dovuto invece indurlo a scelte ben più avanzate, coraggiose e moderne.
Eppure ci si ostina a sostenere la privatizzazione del rapporto di pubblico impiego! Termine certamente enfatico ed improprio, ma tale, comunque, da autorizzare quanto meno la concreta introduzione nella pubblica amministrazione del sano principio della vera economicità di gestione. Laddove per economicità si intenda non già il mero profitto, tipico dell’imprenditore privato, ma la qualità del servizio misurabile attraverso il grado di soddisfazione di cittadini e imprese.
E seppure tutto questo viene in qualche modo scritto nelle norme di legge e nei successivi decreti, il vero problema resta la presunzione di poterlo realizzare contro i lavoratori pubblici, ritenuti esclusivamente un costo (una sorta di male necessario!?!), in una visione quasi antagonistica, se non addirittura ostile dei rapporti e delle relazioni sindacali.
Un clamoroso passo indietro, mentre la storia più recente insegna che le posizioni conflittuali fanno fatica ormai a reggere, sia rispetto alle sfide competitive sia alle stesse metodologie di lavoro.
Nessun sindacato, a quel che risulta, e men che meno la Cisal in ogni caso, ha mai negato l’’esigenza di restituire all’apparato pubblico efficienza ed efficacia, cioè economicità di gestione, per garantire servizi sempre più tempestivi e qualitativamente adeguati. Il problema è come ottenere tale risultato.
Nessuna reale transizione verso una gestione veramente partecipata sarà mai possibile in presenza di una ostinata visione riduttiva e mortificante del ruolo dei lavoratori pubblici (blocco contrattuale e dei turn over, mancanza di formazione continua e mirata, precariato e consulenze esterne, mansionismo crescente ed altro).
Così come resterà una illusione velleitaria fare della PA la “cerniera dello sviluppo” se si continuerà a ritenere i lavoratori pubblici capaci soltanto di svolgere, asetticamente e acriticamente, funzioni prevalentemente burocratiche.
Sarebbe necessario un atto di fiducia, convinto ed onesto, nelle loro capacità potenziali e nella loro volontà di esprimerle come soggetti consapevoli e responsabili. Un atto di fiducia espresso in termini inequivocabili in una Riforma (VERA!) che riconosca, in quelle indicate, le vere cause che ne determinano la necessità e proponga un PATTO ai Lavoratori pubblici ed alle loro Organizzazioni per eliminarle – le vere cause dell’inefficienza – senza sconti e senza eccezioni.
Ritorna alla mente, in proposito, una nota affermazione di Thomass J. Peters (Alla ricerca dell’eccellenza): “Non ci sono limiti all’abilità di offrire contributi costruttivi da parte di lavoratori adeguatamente preparati, compensati in modo correlato ai risultati e coinvolti nel modo giusto nella gestioni”.