DAGLI ADDOSSO ALL’UNTORE

Un articolo de “il Sole 24 ORE” dell’1/7/2013 così titolava “Statali, al via i primi 7.800 esuberi. Entro fine mese la sorte del personale in eccesso”.
In effetti i 7.800 dipendenti citati nell’articolo (400 sono dirigenti), sono il risultato delle “eccedenze” sugli organici della Pubblica Amministrazione (centrale, cioè Enti e Ministeri) conseguenti ai tagli imposti con i provvedimenti legislativi, altrimenti noti come “spending review” (a proposito ma non era stata prevista una norma che doveva evitare gli inglesismi?).
Senonché quasi la metà (3.314 per l’esattezza) si concentra nell’INPS che, com’è noto, con gli ultimi provvedimenti di legge ha accorpato l’INPDAP e l’ENPALS (divenendo così l’unico mega Ente previdenziale : SuperINPS) mentre l’altra metà si riferisce ai vari ministeri ed altri Enti del parastato (Aci, Istat, ecc.).
Ora, è vero che è stata ipotizzata una fase di recupero delle eccedenze richiamando in vita le norme pensionistiche ante Fornero, nel senso che si consentirà di collocare a riposo tutti i dipendenti che entro il 31 dicembre del prossimo anno avranno maturato i requisiti previsti, ma è vero anche che per coloro che non hanno tali requisiti è prevista la mobilità (dove? se quasi dappertutto vi sono eccedenze) presso altre amministrazioni che presentino carenze (sic!). In caso contrario scatterebbe la cosiddetta “mobilità dura” cioè per due anni all’80% della sola voce stipendio (escluse, quindi, le voci accessorie che in alcuni casi possono arrivare a una decurtazione del 50% dell’attuale retribuzione).
La lettura di questi numeri induce a una riflessione : come mai è possibile che sull’unico (sia pure Super) Ente previdenziale che (compreso INPDAP e ENPALS) ha oggi una consistenza di circa 34.000 dipendenti si sia abbattuta una scure così pesante, pari a circa la metà degli esuberi sul complesso dei dipendenti che, Ministeri ed altri Enti compresi, dovrebbe riguardare una popolazione di circa 300.000 unità?
Ripeto, stiamo parlando soltanto delle funzioni centrali mentre sono fuori la Scuola, la Sanità e le pubbliche amministrazioni territoriali (Regioni, Province e Comuni che godono di una particolare disciplina legislativa) che, complessivamente, superano i 3 milioni di addetti.
Senza voler fare i soliti discorsi sul “giardino degli altri che è sempre più verde” e lungi anche dalla difesa corporativa della categoria, mi sembra che siamo di fronte ad una sorta di accanimento unidirezionale che colpisce un ganglo vitale del welfare del nostro Paese, scaricando sulla collettività gli effetti di una evidente ricaduta in termini di efficienza dei servizi erogati.
Tanto più pesante, peraltro, appare la mannaia dei tagli in un momento di una non facile riorganizzazione, a seguito dell’aggregazione dei tre Enti, ognuno con le sue peculiarità ed i suoi assetti organizzativi non propriamente compatibili.
E’ una situazione veramente assurda che non rispetta nemmeno il pur discutibile criterio dei tagli lineari (quelli che colpiscono alla cieca, senza distinzione alcuna, purchè i conti tornino con buona pace delle realtà che funzionano rispetto alle altre), perché se si volesse applicare almeno questo criterio, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, su una massa di 300.000 addetti, la metà dei tagli si rivolge soltanto all’INPS che conta un decimo degli addetti!
Tutto questo, comunque, chiama in causa gli amministratori dell’Ente (in primis il Presidente ma anche il CIV e il Direttore Generale) ai quali va ascritta la responsabilità per non aver rappresentato la situazione che si sarebbe determinata in termini funzionali e organizzativi e rivendicato (anzi preteso) soluzioni più rispondenti ai livelli di efficienza adeguati a dare risposte positive all’utenza.
Evidentemente anche per queste situazioni riemerge con forza la questione della gestione degli Enti, specie di grandi dimensioni come il SuperINPS, che non possono essere affidati ad organi monocratici.
La condivisa esigenza di razionalizzare, omogenizzare, efficientare, economizzare (e tutti gli altri …are che si vuole), non può essere attuata a scapito dei fruitori dei servizi e sulla pelle dei lavoratori addetti ai quali già pesanti provvedimenti sono stati elargiti negli ultimi tre anni da ben tre diversi tipi di governo.
Bisogna ricordare, infatti, che dopo il massacro introdotto dalle norme brunettiane e la conseguente lacerazione nei rapporti con il Sindacato, c’è stato un susseguirsi di interventi legislativi che hanno azzerato la contrattazione, non hanno consentito il rinnovo dei Contratti scaduti nel 2009,hanno bloccato le assunzioni, hanno modificato le norme pensionistiche elevando l’età del pensionamento, hanno bloccato il salario accessorio e anzi lo hanno ridotto, stanno decidendo di spostare ancora la data del rinnovo del CCNL, hanno tagliato gli organici in modo lineare, ed altro ancora.
Per i dipendenti dell’INPS, peraltro, se non si interviene in modo fermo e deciso, si profila anche l’evenienza di un ulteriore taglio del salario accessorio di circa 300 euro al mese (la vertenza è tuttora in atto e rischia di inasprirsi anche in conseguenza dell’inerzia dell’amministrazione dell’Ente).
Quale altro prezzo devono ancora pagare i pubblici dipendenti? Sono forse loro, o solo loro (seppure), i colpevoli del malfunzionamento della Pubblica Amministrazione?
La demagogica e populista campagna denigratoria messa in atto da Brunetta contro i pubblici dipendenti, come era prevedibile, ha avuto facile presa nell’opinione pubblica, e in parte poteva anche ritenersi giustificata da alcune sacche di inefficienze, ma i pesanti interventi stanno incrinando fortemente i livelli di guardia e si rischia di gettare nel caos importanti e vitali servizi della P.A.
Quando il livello di sopportazione è giunto al culmine c’è il rischio di una esplosione di rabbia degli addetti e di una implosione di tutta la macchina organizzativa, le cui conseguenze ricadrebbero sull’incolpevole utenza in termini di peggiori servizi e ritardi nelle prestazioni.