Il Nicaragua, tra autocrazia e rivoluzione

Il Nicaragua è uno stato del Centroamerica grande più o meno come la Grecia, ma con una popolazione inferiore: rispetto agli oltre 10 milioni di greci, i nicaraguensi sono meno di 7 milioni.

Il fatto di essere ancora oggi uno dei paesi più poveri del continente, le precarie condizioni socioeconomiche e una repressione politica sempre più violenta, denunziata da diversi rapporti internazionali, sembra che stiano inducendo migliaia di persone a lasciare il paese, diretti per lo più verso gli stati del sud. La storia del paese, al pari di quella di molti dei suoi vicini, è stata piuttosto tormentata. E possiamo dire sin d’ora che a ciò non sono estranei gli Stati Uniti, che dai tempi della dottrina Monroe considerano il centro e il sud del continente come il proprio “cortile di casa”. Furono proprio loro a occupare il paese agli inizi del Novecento, di fronte alla refrattarietà del governo di Managua nell’approvare i progetti per la realizzazione di un canale di collegamento tra i due Oceani. La grande depressione degli anni Trenta e la rivoluzione sandinista, che prese il suo nome del generale Augusto César Sandino che la guidò, misero fine alla presenza militare americana nel 1933. L’assassinio di Sandino (1934), portatore di ideali di sinistra, probabilmente non dispiacque più di tanto agli americani, che appoggiarono di lì a poco l’instaurazione del lungo regime dittatoriale di Anastasio Somoza e, dopo l’assassinio del tiranno, dei suoi figli, destinato a protrarsi sino alla fine degli anni Settanta. La perdita dell’appoggio statunitense al regime – colpevole di numerose atrocità ai danni dei civili – e una lunga guerra civile, promossa dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN),  operativo dai primi anni Sessanta, segnò la fine del regime nel 1979. Ma sappiamo fin troppo bene quanto gli Stati Uniti mal tollerino le rivoluzioni non fomentate da loro, ragion per cui schierarono (e finanziarono) contro i sandinisti la guerriglia anticomunista dei Contras, molti membri della quale provenivano dalle forze paramilitari del regime dei Somoza. Un film che si ripete spesso è difatti quello di fare ricorso a organizzazioni (o milizie) non ufficiali per abbattere il nemico di turno, salvo poi disfarsene quando non servono più allo scopo (vedi Afghanistan). Gli scontri tra governo sandinista e guerriglia segnò l’inizio di un conflitto civile, che terminò solo nel 1988, quando venne firmato un accordo di pace. Due anni più tardi fu eletta alla presidenza Violeta Chamorro, candidata del fronte anti-sandinista, considerato vicino agli USA. Nel 2006, però furono i sandinisti a vincere, col loro leader Daniel Ortega che alla presidenza, carica che già aveva occupato negli anni Ottanta durante la fase rivoluzionaria. Ortega sempre confermato alla presidenza della Repubblica (l’ultima volta a novembre del 2021 col 75 per cento dei voti) è riuscito a modificare la Costituzione, abolendo il tetto ai mandati e rafforzando le prerogative, già importanti, del capo dello Stato. Tuttavia, con l’andare degli anni (e dei mandati) Ortega è stato sempre più di frequente accusato di aver dato vita a un regime autoritario: forse non è un caso se nelle ultime tornate elettorali sia cresciuta l’astensione (pure sempre con un fisiologico 35 per cento di non votanti, vedi Italia), ma anche gli episodi di violenza e intimidazione contro gli oppositori, talvolta incarcerati arbitrariamente. In base al Value Index 2020, indicatore che misura il tasso di democraticità di 176 nazioni, il Nicaragua occupa la posizione n. 156 (“moderata autocrazia”); per la cronaca l’Italia era al ventiduesimo posto. Ad accrescere le riserve sul sistema di potere in Nicaragua, l’importanza crescente di Rosario Murillo, moglie di Ortega, che dal 2017 si è insediata alla vicepresidenza. E non si tratta dell’unico membro del clan a rivestire ruoli importanti: come ricorda Remo Contro del novembre 2021: “Con queste elezioni si consolida fatalmente in Nicaragua la dinastia della famiglia Ortega, i cui numerosi figli/e, generi e nuore sono piazzati nei posti chiave dell’amministrazione, dei media e della sicurezza.” La stessa testata, critica aspramente l’ex rivoluzionario sandinista, quando scrive: “Fino a prefigurare, in un delirio messianico, una nuova dinastia: con sua moglie vicepresidente e i figli piazzati in posti nevralgici del regime». Dollari e petrolio fin che il Venezuela ha potuto, e neoliberista con amicizie Usa. «Fino a che non è scoppiata a sorpresa l’inerme rivolta dei coraggiosi ‘millennials nicas’ dell’aprile dello scorso anno, ferocemente repressa nel sangue da Ortega con centinaia di morti nelle piazze.” Tra l’altro, nel corso del 2022 il paese ha annunciato il ritiro dall’Organizzazione degli stati americani (OAS), definita “un diabolico strumento del male”; in realtà si sarebbe trattato della risposta alle critiche all’andamento sempre più repressivo assunto dal regime. Letta in questi termini sembrerebbe l’ennesimo caso – un altro classico – del rivoluzionario affezionatosi al potere e trasformatosi in despota una volta conquistato il potere. Tuttavia, esistono diverse interpretazioni della situazione politica nicaraguense. Una la troviamo in Víctor Manuel Ramos di teleSUR (emittente indipendente con sede a Caracas), ripresa dall’Anti diplomatico del 31 luglio 2021: ” Ciò che questi media fuorvianti non dicono, è che lo Stato del Nicaragua sta perseguendo questi piccioncini che ricevono mangime dagli Yankees con una legge approvata dall’ex presidente Violeta Barrios de Chamorro, che ha condonato, senza avere l’autorità per farlo, il risarcimento che gli Stati Uniti devono pagare al Nicaragua a titolo di risarcimento per i crimini dei Contras a danno della vita e delle proprietà di migliaia di nicaraguensi. Doña Violeta ha approvato quella legge per applicarla ai sandinisti ma gli si è ritorta contro.” La stessa testata che un anno dopo darà conto dell’elevato livello di approvazione di Ortega da parte del suo popolo (85 per cento), aggiungendo in chiave provocatoria: “Sarebbe quindi interessante comparare i dai di gradimento popolare di questi governi, a cominciare da Biden negli Stati Uniti che ha raggiunto un livello di disapprovazione da record, con quelli del Nicaragua Sandinista. Per non parlare dei governi europei che stanno immolando i propri interessi nazionali e le proprie economie, danneggiando fortemente la già ampiamente in declino qualità di vita delle classi popolari per soddisfare gli interessi di Washington nella guerra alla Russia tramite Ucraina ed Europa.” O ancora: “Grazie all’azione del governo e dei municipi dove più attive sono le strutture del potere popolare, sono subito stati organizzati rifugi e alloggi temporanei, e si è messa in moto la solidarietà degli abitanti. Quante “democrazie” capitaliste che si riempiono la bocca con “i diritti umani” possono dire altrettanto?” Di sicuro la situazione economica del Nicaragua non è particolarmente florida. Esiste un importante divario tra le regioni pacifiche – più ricche, popolate e produttive – e quelle atlantiche, meno favorite dal clima e molto più arretrate. Permangono importanti criticità, come la scarsa qualificazione della forza lavoro, elevati tassi inflattivi, criminalità diffusa, carenza di infrastrutture, che rendono il paese ancora oggi fortemente dipendente dagli aiuti stranieri. Nonostante indubbie potenzialità come le coltivazioni (caffè, tabacco, canna da zucchero) e le risorse minerarie (oro, argento, rame, ferro), le condizioni economiche non sembrano migliorare più di tanto. Il Nicaragua fu certamente penalizzato dall’embargo che gli votarono contro gli USA durante la rivoluzione degli anni Ottanta (ecco un altro brillante esempio dell’indirizzo politico dei governi di Washington quando qualche governo non gli aggrada), ma altri problemi sono arrivati dopo la perdita di una quota importante degli aiuti del Venezuela, per effetto della grave crisi che ha colpito questo paese. Tuttavia, la pandemia e la guerra non hanno inciso più di tanto sull’economia nazionale: al contrario, l’aumento dei prezzi di prodotti come il caffè e un certo protezionismo nel settore energetico hanno fatto registrare perfino dei miglioramenti, così come il governo ha potuto beneficiare di alcuni prestiti erogati dalla Central American Bank for Economic Integration (BICE). Ma segnali, sia pur timidi, di qualche progresso non modificano il quadro generale. Per la Banca mondiale (dati 2021) il PIL nicaraguense era di circa 14 miliardi di dollari, circa la metà di molti dei suoi vicini, mentre quello pro-capite supera di poco i duemila dollari, con un’inflazione che viaggia su valori superiori all’undici per cento (ma in Europa siamo messi meglio, ora come ora?). A causare molte polemiche è stata una delle ultime “crociate”, è il caso di dirlo, portate avanti dal regime di Ortega: quella anticattolica. Dopo aver chiuso emittenti e giornali della Chiesa, il presidente ha fatto mettere ai domiciliari diversi prelati, tra i quali monsignor Rolando Álvarez, vescovo di Matagalpa, accusato di “cospirazione”; a marzo il governo aveva espulso il nunzio apostolico a Managua Waldemar Stanislaw Sommertag, mentre il vescovo ausiliare della capitale, Silvio José Báez, vive in esilio a Miami.  Respingendo le offerte di dialogo avanzate dal Papa, di recente Ortega ha definito la Chiesa una “tirannia perfetta”. Lo scontro ha raggiunto livelli tali, che a settembre scorso il governo è arrivato a proibire le processioni religiose per ragioni di “ordine e sicurezza”. L’accusa mossa dai critici è che il regime mal tolleri le denunce delle autorità ecclesiastiche contro i crescenti tassi di violenza e gli abusi della polizia, per non parlare di quelli perpetrati contro ogni forma di dissenso politico, manifestazioni di piazza incluse. Commentando lo stato non ottimale della Chiesa cattolica in Sud America, parlando di Nicaragua l’analista di Limes Federico Larsen scriveva: “Qui nell’ultimo decennio la chiesa è stata prima alleata del governo sandinista (che ha di fatto illegalizzato l’aborto e dato ampie libertà al clero nell’ambito educativo), poi mediatrice tra il presidente Daniel Ortega e l’opposizione durante le sanguinose proteste del 2018, infine apertamente perseguitata nel 2022.” Sul versante della più importante crisi internazionale sul tappeto (il conflitto in Ucraina), lo stesso Larsen ricordava a marzo scorso che “Molti paesi della regione (latino americana) hanno reagito come previsto: Venezuela, Nicaragua e Cuba, già oggetto di sanzioni europee e/o statunitensi, si sono immediatamente schierati con Mosca, accollando alla Nato tutte le responsabilità dell’escalation nella regione.” Il Nicaragua è legato a Mosca grazie a importanti accordi di cooperazione militare ed economica, ragion per cui le sanzioni occidentali rischiano di assestare un nuovo e duro colpo alle finanze nicaraguensi, come a quelle di altri paesi alleati della Russia. Non a caso, a poche settimane dall’inizio di quella che i russi chiamano “operazione militare speciale”, il vice primo ministro Yuri Borisov si è recato, tra le altre capitali dell’area, a Managua, per ribadire che il suo governo non escludeva un rafforzamento della presenza militare nella regione. Il Nicaragua si conferma uno dei più fedeli alleati della Russia nel continente, fatto comprovato dalle esercitazioni militari congiunte del mese di giugno; senza dimenticare che il Nicaragua è tra i pochissimi stati al mondo ad avere riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, regioni filorusse separatiste della Georgia (ne abbiamo parlato nell’episodio dedicato). Inoltre, come riportato dall’Indipendente dello stesso periodo, “Il Presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha autorizzato, a partire dal prossimo primo luglio, l’ingresso nel Paese a truppe, aerei e navi russe per scopi di addestramento, pubblica sicurezza e risposta alle emergenze, rafforzando così la storica vicinanza politica con la Russia.” E come se tutto questo non bastasse per irritare gli americani, nel 2021, in totale discontinuità con la decisione della Chamorro che aveva riconosciuto Taiwan, Managua ha riallacciato relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese – come già avvenuto ai tempi della rivoluzione sandinista degli anni Ottanta – negoziando con Pechino nuovi e fruttuosi accordi di tipo commerciale, ivi comprese forniture di dispositivi medicali. La collocazione politica del Nicaragua si pone così sempre più vicina a quella di molti dei suoi vicini – come Panama, El Salvador, Repubblica Dominicana e Costa Rica – che già avevano rotto con Taipei, per riconoscere il governo comunista, oltre ad abbracciare la nuova linea della sinistra latino-americana. Come osservava Giuseppe Gagliano su Startmag: “Al di là del Messico e dell’America Centrale, la rinascita del Nicaragua come attore economico e politico, nonostante i tentativi degli Stati Uniti di isolarlo, rafforzerà la crescente corrente di sinistra anti-Usa. Questa lista in crescita ora include Venezuela, Cuba, Bolivia, Argentina, Perù e forse Cile.” Dulcis in fundo, sempre per la gioia di Washington, Ortega ha siglato nuovi accordi economici con l’Iran degli Ayatollah. Tuttavia, almeno nell’immediato, gli Stati Uniti non sembrano intenzionati a rompere con Managua, contando di lavorare per un ripristino delle condizioni democratiche (o, forse, per riportare il Nicaragua nella sua sfera d’influenza?). Il che non significa che siano mancate le risposte. In primis, i governi filorussi di Nicaragua, Venezuela e Cuba non sono stati invitati al vertice delle Americhe del giugno scorso, che per la verità è stato disertato anche da altri stati che pure erano stati invitati (come il Messico). Washington, inoltre, ha deciso di imporre a Managua una serie di sanzioni economiche, sulla falsariga di quelle applicate contro la Russia, specie nel vitale settore dell’oro. Citiamo dal sito d’informazione Formiche.net: “Arturo McFields, ex ambasciatore del Nicaragua all’Organizzazione di Stati Americani, ha scritto su Twitter che la differenza tra i militari americani presenti anni fa in Nicaragua e quelli russi arrivati ora è che i primi hanno portato medicine, assistenza sanitaria e barche-ospedali, mentre la cooperazione russa prevede sostegno in tecniche di spionaggio, tecniche di repressione e carri armati.” Opinione rispettabile, ma quanto imparziale verrebbe da chiedersi? Per la cronaca, quelle già menzionate non sono state le prime misure statunitensi contro il Nicaragua. Durante l’Amministrazione Trump e poi tra il 2020 e il 2021 (con Biden), il governo di Washington aveva approvato una serie di provvedimenti (ufficialmente) volti a contrastare il crescente orientamento repressivo del regime di Ortega, come le cosiddette “leggi bavaglio” che comprimevano gli spazi per l’opposizione e il dissenso. Tra queste, al centro degli strali degli USA c’è stata la cosiddetta “legge di regolamentazione degli agenti stranieri”, in sostanza un blocco contro ogni forma di finanziamento straniero destinato a organizzazioni non governative, media e altre formazioni sociali, equiparate a “agenti stranieri”, sottoposti a una serie di stringenti limitazioni, come l’obbligo di registrazione. Ma pure su questo versante le opinioni non collimano. Da un lato viene agitato lo spettro della repressione politica, dall’altro si parla di uno strumento di difesa contro infiltrazioni e tentativi di condizionamento di potentati stranieri. A parte richiamare il concetto dei due pesi e due misure, a seconda dell’accondiscendenza (o meno) del tiranno di turno (vedi i Somoza, ad esempio), non siamo qui per darvi risposte, ma solo per offrirvi spunti di riflessione. E speriamo di esserci riusciti!

di Paolo Arigotti.