Pensione pubblica e integrativa

Quota 100 scade quest’anno e così pure opzione donna e altre anticipazioni pensionistiche. Di proposte sul tavolo ce ne sono molte, bisognerebbe tener conto di almeno 3 fattori: 1) la situazione post pandemica occupazionale ed economica, 2) la tipologia dei potenziali richiedenti la pensione e l’aspettativa di vita post Covid e, infine, 3) la necessità di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro in un sistema caratterizzato in gran parte dal calcolo contributivo. Tutti questi elementi, pur nella loro diversità, convergono verso una precisa soluzione. 

Nel 2022 oltre il 90% dei potenziali pensionati avrà la pensione calcolata per almeno il 65% con il metodo di calcolo contributivo, il che significa a 62 anni di età avere una prestazione decurtata di almeno il 10%. Con i tempi che corrono e con una speranza di vita altalenante, sarebbe meglio maturare una pensione più robusta per far fronte agli imprevisti della vita da anziani. Se è vero che l’aspettativa di vita post COVID-19 si è statisticamente ridotta (più del 95% dei decessi ha riguardato ultrasessantenni) è molto probabile che dopo la pandemia resterà la stessa e che, sempre per la statistica, riprenda a crescere già dal 2023.

Sappiamo che l’ormai celebre riforma Dini del 1995 ha rappresentato un epocale momento di svolta per il sistema pensionistico italiano: il metodo di calcolo della pensione, vale a dire il sistema con il quale è calcolato l’importo dell’assegno pensionistico cui si ha diritto, è cambiato radicalmente, quando il più vecchio (e generoso) sistema retributivo è stato sostituito dal sistema contributivo, esteso a quanti hanno iniziato a lavorare a partire dall’1 gennaio 1996 e quanti al 31 dicembre 1995 avevano maturato meno di 18 anni di contributi. Dal 1° gennaio 2012 (riforma Monti-Fornero), il sistema contributivo è stato poi esteso a tutti i lavoratori, anche quelli cui mancano pochi anni alla pensione.

Un cambiamento che ha reso ancor più importante interessarsi al proprio futuro previdenziale sin dalla giovanissima età. All’interno di questo regime pensionistico, infatti, la pensione cui si ha diritto è strettamente collegata alla contribuzione versata nell’arco dell’intera vita lavorativa, e non più agli stipendi corrisposti durante l’ultimo periodo della propria vita professionale, così come accadeva invece con il sistema contributivo. I nonni e i papà dei “ragazzi di oggi” (che verosimilmente, proprio come accade ora con le nuove generazioni di lavoratori, non pensavano molto alla pensione da giovani, ma solo in età più matura), facevano cioè presto a calcolare l’importo della loro pensione, basandosi – ad esempio del caso di subordinati – sulle proprie ultime retribuzioni. Bastava cioè loro moltiplicare 2% per il numero di anni lavorati e applicare il risultato all’ultimo stipendio se dipendenti pubblici, a quello degli ultimi 5 anni se dipendenti privati, o ai redditi degli ultimi 10 anni se autonomi. Proprio perché gli ultimi stipendi di un lavoratore tendono a essere più elevati, vien da sé che questo sistema era in generale più conveniente per il futuro pensionato, e anche più facilmente “manipolabile”. Bastava infatti, a ridosso dalla pensione, rendersi conto di aver dichiarato redditi bassi, per avere comunque a disposizione un periodo di almeno 5-10 anni utile a costruirsi una rendita pensionistica dignitosa. 

Dal 1996 non è però più così! Il sistema contributivo funziona all’incirca come un libretto di risparmio, all’interno del quale il lavoratore, con il concorso dell’azienda (se dipendente) provvede ad accantonare annualmente parte della propria retribuzione (o del proprio reddito) sotto forma di contributi. È il montante così accumulato, opportunamente rivalutato sulla base della media quinquennale del PIL del Paese, a determinare l’effettivo importo della pensione. Con due importanti conseguenze:

  1. Più il Paese è economicamente in salute, più facilmente il pensionato potrà contare su una buona rendita; 
  2. Tutti i contributi versati, a cominciare da quelli accumulati in giovanissima età, sono essenziali al fine di costruirsi una (buona) pensione. 

La pensione contributiva è infatti funzione di tutti i contributi versati nel corso dell’intera vita lavorativa. Se si versa poco o non si versa perché si fa un lavoro irregolare, soprattutto nei primi anni di attività professionale, si rischia di pregiudicare sin dall’inizio la propria futura pensione e, a differenza del passato, diventa molto più difficile recuperare. Con un’ulteriore complicazione sancita dalla riforma Monti-Fornero (e a più riprese discussa nelle successive proposte di controriforma): per chi ha versato pochi contributi, maturando di conseguenza una pensione bassa, non è più possibile contare sull’intervento dello Stato a mezzo di integrazioni al minimo o maggiorazioni sociali. Aver versato poco diventa un grosso problema: il rischio è diventare pensionati “poveri” o di dover addirittura lavorare più a lungo per poter accedere alla pensione se non si è raggiunto l’importo minimo fissato per legge.

Proprio perché, con il sistema contributivo, aumenta il rischio di non riuscire a dotarsi di una copertura pensionistica obbligatoria effettivamente compatibile alle esigenze della propria vecchiaia, sempre più rivelante si è fatta negli ultimi anni l’attenzione nei confronti del cosiddetto “secondo pilastro”: a differenza della pensione di base, l’adesione alla previdenza complementare avviene però sempre su base volontaria. Anche in questo caso, tuttavia, il tempo rappresenta un fattore spesso essenziale: semplificando, si può infatti affermare che aderire da subito consente di avere a disposizione un periodo maggiore per costruirsi, a fronte di versamenti costanti (e in questo modo anche di importo minore), un “tesoretto” di cui beneficiare poi sotto forma di rendita pensionistica integrativa (o, anche anzitempo, in base alle proprie necessità e alla normativa vigente). 

di Sossio Moccia

P.S.: nel terminare l’articolo mi giungono informazioni sull’accordo raggiunto nel Governo sulle misure di riforma pensioni da inserire nella Legge di bilancio. Ape social e Opzione donna, come apprendo, dovrebbero diventare strutturali, prevedendo anche un allargamento dei lavori gravosi che hanno accesso all’Anticipo pensionistico a 63 anni. Confermato lo stop a Quota 100, si passerebbe a Quota 102 (64 anni di età e 38 di contributi) per un solo anno. A partire dall’inizio del 2022 partirebbe quindi un confronto per una riforma più organica del sistema previdenziale che scatterebbe dal 2023. Dovrebbe anche essere stanziato un fondo da 500 milioni di euro per consentire una via di accesso al pensionamento anticipato agevolato, rispetto a Quota 102, per alcune categorie. Non si conoscono però molti dettagli in merito. Sarà necessario attendere la prima bozza di riforma che il Governo presenterà per capire cosa aspettarsi nel 2022. Nel frattempo, sarà importante valutare la propria situazione con un’attenta verifica dell’estratto conto contributivo da stampare dal sito Inps con lo Spid o rivolgendosi al nostro patronato della Confsal UNSA.

S. M.