La siccità, problema planetario collegato anche al cambiamento climatico, in cui entrano in gioco limiti organizzativi e gestionali dell’oro blu

La siccità, parola che deriva dal latino siccitas (o siccus), «secco», viene definita dall’enciclopedia Treccani come la “mancanza o scarsezza di pioggia, che si protrae per un periodo di tempo eccezionalmente lungo”; quella meteorologica, derivante dall’assenza o scarsità delle precipitazioni, viene considerata il presupposto degli altri fenomeni siccitosi. In teoria, la siccità può protrarsi per settimane, mesi o perfino anni (basti pensare che la nascita della regione desertica del Sahara viene fatta risalire a una grande siccità intervenuta tra il 6.000 e il 4.000 a. C.), interessando sia gli eventi atmosferici (precipitazioni assenti o molto scarse), che le acque superficiali (fiumi, laghi, etc.) e sotterranee (come le falde acquifere sotto superficie); i fenomeni siccitosi, inoltre, possono essere acutizzati da climi molto caldi, caratterizzati da temperature elevate e tassi di umidità importanti, che ne incrementano la portata a causa dell’evaporazione del vapore acqueo, che a sua volta impatta sul quantitativo delle precipitazioni. Vista l’indispensabilità della risorsa idrica (il cosiddetto “oro blu”), sia per le persone e le specie animali e vegetali, che per l’ecosistema e l’agricoltura – per non parlare delle attività industriali e antropiche più in generale – si comprende agevolmente come una prolungata siccità possa impattare fortemente sulla vita e sull’economia di intere comunità, arrivando nei casi più estremi – specie nelle realtà più povere e arretrate – a minacciare la stessa sopravvivenza degli abitanti: pensiamo, così, alle malattie collegate a condizioni igienico sanitarie precarie (derivanti dalla mancanza o scarsità dell’acqua), senza contare patologie (che talvolta interessano anche l’Occidente) riconducibili a insetti (zecche e zanzare), zoonosi, cibi meno sani e nutrienti, eventi originati dalla scarsità delle risorse e/o da acque poco pulite. Come noto, la maggioranza della comunità scientifica imputa la responsabilità dei sempre più frequenti ed estesi fenomeni siccitosi ai cambiamenti climatici (e al conseguente riscaldamento globale), verificatisi a partire dagli albori del XX secolo, a loro volta originati – sempre secondo la ricostruzione che va per la maggiore – all’impatto su ambiente ed ecosistema delle attività antropiche, come l’inquinamento atmosferico prodotto dalle industrie e/o dalle attività domestiche. Perdita di importanti biodiversità e/o specie animali e vegetali, incendi devastanti, riduzione della produzione agricola, deforestazione, eventi naturali estremi (frane, cicloni, e via dicendo), problemi di approvvigionamento energetico e idrico per le famiglie e le attività economiche, incremento dei costi sanitari dovuti alla scarsità d’acqua, migrazioni di massa per l’impossibilità e/o le gravi difficoltà di sopravvivenza nelle regioni più colpite sono solo alcune delle conseguenze provocate dai mutamenti climatici e/o dalla scarsità d’acqua. Un database globale, curato, tra gli altri, dal Politecnico di Madrid e dall’Università della Florida e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, ha stimato in 675 le località del mondo, a partire dal 1970, nelle quali il decesso di boschi e foreste ha provocato – specie nei periodi più caldi e secchi – un importante aumento della moria di specie vegetali, molto più significativa rispetto al periodo preindustriale. Non possiamo certo negare che la mancanza o scarsità d’acqua abbia rappresentato da sempre uno dei più gravi problemi che l’umanità abbia dovuto fronteggiare, ma il progresso tecnologico e scientifico – per lo meno in astratto e nelle aree più sviluppate del pianeta – offre oggi la possibilità di correre ai ripari, ad esempio formulando adeguate previsioni, che dovrebbero permettere (il condizionale è d’obbligo) di attuare misure organizzative e funzionali che possano, se non altro, ridurne l’impatto su economia e società. Naturalmente le previsioni sugli andamenti climatici non rappresentano l’unico strumento a disposizione. Pensiamo, così, agli impianti di desalinizzazione delle acque marine; alla rotazione delle colture, che favoriscono quelle più resistenti alla mancanza d’acqua nei periodi siccitosi; alla raccolta e stoccaggio delle acque, creando le riserve per i periodi più critici (come dighe e bacini); al recupero e riutilizzo delle acque reflue; al monitoraggio degli andamenti climatici su scala globale: tra gli indici maggiormente utilizzati a livello internazionale, per misurare e monitorare la scarsità d’acqua lo SPI  – Standardized Precipitation Index -, che in sostanza calcola la probabilità delle precipitazioni in un determinato arco temporale, basandosi su una serie di parametri e indici di misurazione. Quando il fenomeno si palesa in tutta la sua gravità possono entrare in vigore, quale extrema ratio, restrizioni all’uso dell’acqua per le attività meno essenziali, come, ad esempio, irrigazione, lavaggio automobili o piscine. Faremo ora una breve panoramica della situazione, partendo proprio dallo “stivale”: secondo la Fondazione Cima, ente di ricerca del settore ambientale, l’Italia è uno dei paesi più “spreconi” per l’acqua: ogni italiano ne usa 200 litri al giorno, a fronte di un valore medio europeo pari alla metà. L’Italia è stata più volte colpita da fenomeni siccitosi, che hanno interessato nel tempo diverse regioni. Per restare solo al XXI secolo, ricordiamo a maggio 2002 Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia; praticamente tutto il paese nella primavera-estate del 2012; gran parte del centro-sud (ma anche Toscana, Trentino-Alto Adige e Umbria) nel luglio 2017. Prendendo spunto dalle cronache dei giorni nostri, nel 2022 ad esserne particolarmente colpite – anche a causa di un’estate tra le più calde mai registrate (il giugno passato è stato il secondo più caldo da più di duecento anni) – numerose aree del centro-nord (ma non solo): Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Veneto, Valle D’Aosta, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Puglia, Toscana, dove tra settembre 2021 e marzo 2022 il deficit pluviometrico varia tra il 50 e il 90 per cento; al contrario, per una volta il centro sud è stato favorito grazie alle correnti atlantiche. Sempre per restare alle ultime notizie, l’Ansa del 21 luglio parlava di Roma e Viterbo come “capitali italiane della sete”, dando conto della situazione critica dei livelli dei laghi di Bracciano, Nemi e Turano e del Tevere; il Lazio, non a caso, è una delle regioni che hanno già dichiarato lo stato di calamità naturale. Non va meglio per il fiume Po, il più importante corso d’acqua del paese, che segna ogni giorno nuovi record negativi di portata (emblematica l’immagine delle imbarcazioni dei canottieri di Ficarolo, provincia di Rovigo, letteralmente a secco) e un aumento importante del cuneo marino: in pratica, si tratta dell’avanzamento delle acque marine, stimato in circa 30 chilometri, con un impatto fortemente negativo sull’irrigazione. Nella stessa situazione si trovano anche altri storici fiumi europei, come il Danubio o il Reno: da sempre crocevia di scambi commerciali e culturali, i livelli dei due corsi d’acqua stanno scendendo sempre di più per via delle scarse precipitazioni e delle opere dell’uomo (industrie, canali, etc.). Nella penisola, nel frattempo, proliferano le misure restrittive adottate dai diversi presidenti di regione e/o sindaci. Il governatore del Veneto ha imposto restrizioni in 40 comuni, facendo salvi eventuali e ulteriori provvedimenti dei sindaci;  nella seconda metà di luglio, il suo collega del Piemonte (la regione sinora più colpita, coi livelli più bassi mai registrati dal fiume Po) è intervenuto nella stessa direzione, temendo la perdita delle colture di interi territori, con trentamila aziende a rischio e danni ingenti alle coltivazioni di mais e riso e alla produzione del latte; a ciò si aggiungono gli incidenti provocati nelle strade e nei raccolti dai cinghiali selvatici. In Lombardia, il presidente della Regione ha riscontrato importanti problemi per l’irrigazione dei campi, rassicurando però i suoi cittadini sull’acqua potabile. Non sono messe meglio il Friuli-Venezia Giulia o la Valle d’Aosta, dove si è praticamente dimezzato il livello del manto nevoso e dei ghiacciai, fenomeno preoccupante visto che parliamo di una delle riserve idriche più durevoli nel lungo periodo. Fiumi ai minimi storici anche nelle Marche, mentre in Emilia-Romagna sono stati imposti i primi blocchi alla produzione di energia idroelettrica; in Umbria si sono registrati cali significativi nei livelli del lago Trasimeno e nel tratto regionale del Po. Nel meridione soffre soprattutto la Puglia: a causa delle scarse precipitazioni negli invasi artificiali mancano circa 71 milioni di metri cubi d’acqua; il Molise, a sua volta, lamenta i primi danni per le piogge scarse, che associate all’aumento dei carburanti sta mettendo in seria difficoltà l’agricoltura. Per il momento sembra stare un po’ meglio la Sardegna, che in passato ha sofferto molto per la mancanza d’acqua (come nel 2014), con gravi riflessi sull’economia isolana, dove le attività agropastorali rivestono ancora oggi grande importanza: l’ultimo monitoraggio risalente alla fine di giugno parla di risorse negli invasi per 1.421 milioni di metri cubi d’acqua (circa il 78 per cento del volume utile di regolazione autorizzato), valore che ha subito però una diminuzione di oltre cento milioni di metri cubi rispetto al mese precedente; gli indicatori di alert per il rischio siccità parlano di una condizione di “vigilanza” o “preallerta”; teniamo presente che l’isola, secondo lo speciale statuto del 1948, gode in materia di risorse idriche di condizioni autonomistiche superiori alle restanti regioni italiane. Non che il resto d’Europa stia attraversando una fase felice. Paesi come Spagna, Portogallo, Francia, e Grecia debbono combattere con temperature molto più elevate della media stagionale e con gravi incendi, che hanno fatto perdere migliaia gli ettari di terra e costretto migliaia di persone alla fuga. Gustavo Naumann, esperto di eventi atmosferici presso la Fondazione Cima, parla di eventi siccitosi sempre più frequenti nel futuro (uno ogni cinque anni, rispetto ad uno al secolo come in precedenza). Nell’ambito delle analisi che l’esperto ha condotto in collaborazione con l’Edora (European drought observatory for resilience ad and adaptation), osservatorio europeo per la siccità, sono stati esaminati i costi economici del riscaldamento globale e della scarsità d’acqua: un aumento delle temperature medie di circa 4 gradi, potrebbe farli schizzare dai 9 attuali ai 65 miliardi di euro all’anno, mentre circa due terzi della popolazione mondiale potrebbe trovarsi a combattere con la siccità. Negli studi elaborati ultimamente si parla di un 46 per cento di territorio europeo interessato dalla siccità, l’undici per cento in modo grave: il dato viene confermato dal recente rapporto del JRC, centro di ricerca della Commissione Europea, che ha pubblicato nei giorni scorsi uno studio dedicato alla siccità continentale, chiamato “Drought in Europe – July 2022”, individuando nell’impatto sulle colture e nella diminuzione nei volumi di energia idroelettrica gli effetti più nefasti della mancanza d’acqua; lo stesso documento conferma che l’Italia è tra le nazioni più colpite (assieme a Cipro, Bulgaria, Belgio, Spagna, Malta, FYR Macedonia, Regno Unito e Germania), mentre per una stima di OCSE e OMS circa il 35 per cento del continente rischia di andare soggetto a stress idrico entro i prossimi 50 anni. Perfino nell’ambito del conflitto ucraino, il controllo dell’acqua è al centro delle contese, visto che l’approvvigionamento idrico della Crimea (sotto il controllo russo dal 2014) è tra le questioni controverse; di un maggiore coinvolgimento della Russia nella lotta all’inquinamento (paese con forti emissioni di CO2 e che lo scorso anno si è trovata a dover fronteggiare in alcune regioni dell’asia centrale problemi di siccità, al pari dei vicini Uzbekistan e Tagikistan) ha recentemente parlato il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres. Questi dati evidenziano come sia più che mai necessario correre urgentemente ai ripari, anche perché le previsioni, almeno sino al mese di settembre, non sono molto confortanti: si prevedono ancora temperature molto elevate e poche piogge. Inoltre, come ricorda lo stesso Naumann, emergenza a parte, il problema va affrontato in un’ottica di lungo periodo, non solo ricorrendo a misure contingibili e urgenti, visto e considerato che tenderà a riproporsi sempre più di frequente; sarebbe fin troppo semplice, come spesso accaduto in passato, limitarsi ad accantonarlo con l’arrivo delle piogge autunnali, per poi ritirarlo fuori ai primi segnali di una nuova crisi. Tra le soluzioni proposte, pur tra mille contestazioni e timori (come un rialzo dei prezzi e l’instaurazione di logiche monopolistiche) quella di introdurre logiche di mercato e aziendaliste nella gestione delle acque, sul presupposto – tutto da verificare – che “dare un prezzo all’acqua” significherebbe migliori investimenti e una gestione più accorta (ricordiamo che in Italia, attesi gli esiti del referendum del giugno 2011, i servizi idrici dovrebbero restare pubblici). Nel caso specifico dell’Italia, al di là delle condizioni climatiche sfavorevoli, permangono una serie di problemi di carattere gestionale e organizzativo. Tommaso Moramarco, ingegnere idraulico e direttore dell’Istituto di Ricerca per la Protezione Geo-Idrologica, nel corso di una recente intervista concessa alla testata IlSussidiario.net, ricorda altri anni caratterizzati da fenomeni siccitosi (come il 1950, 1998, 2003 e il 2007), insistendo sulla necessità di misure preventive e di gestione accorta delle riserve idriche; detto in altri termini, se ci è consentito parafrasare le parole (condivisibili) dell’esperto, il problema esiste e non lo stiamo scoprendo oggi, per cui è indispensabile programmare per tempo gli interventi, invece che lamentarsi delle conseguenze. Partendo dal presupposto che le condizioni climatiche sono in continua evoluzione (già a marzo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – ISPRA – aveva lanciato l’allarme per le poche piogge e il rialzo termico), sarebbe importante, sempre secondo l’Ingegner Moramarco, preso atto dell’eccessiva frammentazione nel nostro paese degli enti gestori delle risorse idriche, rendere tali soggetti “[…] omogenei, più organici e sinergici […]. È necessario un tavolo tecnico dove si radunino tutti i rappresentanti di questi enti e dove si valutano le soluzioni per ridurre l’impatto di questi eventi critici.”; insomma viene invocata un’azione sinergica e strutturata di lungo periodo. Mentre si discute, si fanno già le prime stime sull’impatto della siccità sulla produzione cerealicola europea (-30 per cento) e su quelle di grano, orzo e mais (-2,5 rispetto al 2021), anche se per fortuna permarranno riserve cerealicole di 40 milioni di tonnellate destinate all’esportazione verso le nazioni meno sviluppate; colpita persino l’apicoltura, con l’aumento dei decessi degli insetti provocato dalle temperature invivibili e dalla scarsa fioritura, che determina meno polline e quindi il deperimento per malnutrizione. Riguardo la situazione delle colture italiane, secondo la Coldiretti: “Nelle campagne si registrano già cali del 45% per il mais e i foraggi che servono all’alimentazione degli animali, del 20% per il latte nelle stalle, del 30% per il frumento duro per la pasta di oltre 1/5 delle produzione di frumento tenero, del 30% del riso, meno 15% frutta ustionata da temperature di 40 gradi, meno 20% cozze e vongole uccise dalla mancanza di ricambio idrico nel Delta del Po, dove si allargano le zone di acqua morta, assalti di insetti e cavallette con decine di migliaia di ettari devastati”; in effetti, caldo e siccità hanno provocato una autentica invasione di insetti “alieni” (scarabei cinesi, cimici asiatiche e cavallette africane), che hanno messo ulteriormente in ginocchio le attività nei campi. L’altra grande associazione del settore, la Confagricoltura, ricordando che “l’84 % delle produzioni agroalimentari italiane necessita di irrigazione e nel nostro Paese è di oltre 4,5 milioni di ettari la superficie agricola irrigata”, invoca un tavolo permanente di programmazione e prevenzione, abbandonando una volta per tutte la politica emergenziale, ricordando l‘altro grave problema del nostro paese, vale a dire gli sprechi derivanti dal sistema di distribuzione vecchio e inefficiente, il quale, secondo alcune stime, determinerebbe una dispersione del 42 per cento delle acque (in Germania siamo all’otto), numeri che ora come ora non possiamo più permetterci, rendendo indifferibili i lavori di ammodernamento e ristrutturazione (in alcuni tratti la rete è vecchia di 70 anni!). Citiamo anche una stima del 2020 di Legambiente, secondo la quale in Italia perdiamo qualcosa come 156 litri di acqua al giorno per abitante, tanto basterebbe per soddisfare ogni anno le esigenze di circa 44 milioni di persone. Sempre Confagricoltura ha chiesto nuovi interventi a sostegno del settore, pure ricorrendo ai fondi del PNRR (il governo ha stanziato nelle scorse settimane 36,5 milioni) e la dichiarazione dello stato di calamità (già approvata per diverse regioni, come Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia e Veneto), designando un commissario straordinario per la gestione emergenziale. Non vanno dimenticati, inoltre, i problemi nell’erogazione del servizio, che interessa circa 2,4 milioni di famiglie, specie residenti al sud e sulle isole (il 63 per cento di tutte le famiglie italiane lamenta problemi). Ulteriori margini d’intervento passerebbero per una maggiore sensibilizzazione della cittadinanza, invitando – magari con qualche incentivo – a ridurre gli sprechi, ad esempio installando riduttori di flusso per i rubinetti, favorendo il riciclo dell’acqua piovana per l’irrigazione di piante e giardini, evitando i piccoli sprechi (come lasciare rubinetti aperti senza necessità), utilizzando cicli ecologici per lavatrici o lavastoviglie, operando una manutenzione periodica dell’impianto idrico di case e luoghi di lavoro. Per fortuna non mancano iniziative lodevoli, come quella di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta che, rilanciando a metà luglio la sua campagna “Goletta dei Laghi”, si propone non solo di tutelare i bacini lacustri, ma anche di promuovere una gestione più razionale delle risorse idriche. Come accennavamo, se l’Italia e diversi paesi europei sono alle prese con problemi di approvvigionamento e gestione delle risorse idriche, altre parti del mondo vivono condizioni assai peggiori. Già nel 2016 il World Resources Institute (WRI) parlava di 33 Paesi che si troveranno ad affrontare una situazione di elevato stress idrico entro il 2040, con due terzi della popolazione mondiale alle prese con scarsità d’acqua. Pensiamo al corno d’Africa, tra le regioni più povere del pianeta, dove ancora nel 2017 (e le cose non vanno molto meglio al giorno d’oggi, con circa 20 milioni di persone, per metà bambini, a rischio fame, sete e carestia) la siccità e l’aridità delle terre ha costretto tantissime persone – contadini e pastori, dediti più che altro alla sussistenza – a migrare alla ricerca di condizioni di vita e lavorative più accettabili (non che ci voglia molto…), acutizzando le criticità e le tensioni sociali. In queste sfortunate nazioni (come Somalia, Eritrea, Etiopia o Kenya) crescono i contrasti tra braccianti e proprietari terrieri; i politici locali litigano (o si fanno la guerra), mentre la gente muore letteralmente di fame o di sete. L’ONG Save the Children parlava, circa un mese fa, di mezzo milione di somali costretti ad abbandonare case e campi a causa della peggiore siccità degli ultimi quarant’anni (4 stagioni secche consecutive), che ha compromesso i raccolti e decimato il bestiame, mentre gli aiuti inadeguati e la crisi ucraina (che ha compromesso una quota di export e innalzato i prezzi dei cereali) hanno ulteriormente aggravato la crisi. A maggio un appello alle nazioni più ricche è stato lanciato in sede ONU: 4 miliardi di dollari di aiuti, pena il rischio che in questa sfortunata regione del mondo si arrivino a contare un morto ogni 48 secondi, provocato anche dall’aumento di epidemie (causato dalla scarsità di acqua, per lo meno pulita), oltre che dallo sfruttamento e dalle violenze, in primis contro le donne. E poi c’è il capitolo nero dei cosiddetti water conflicts, le guerre per l’acqua, sia intese come volontà di accaparrarsi il controllo della preziosa risorsa (cd. Water Grabbing), che come Land Grabbing, dove ad essere prese di mira – sempre da parte degli stessi soggetti (stati o multinazionali) – sono le terre più fertili per la coltivazione e/o importanti risorse minerarie o energetiche. Un esempio di guerra per l’acqua è quelle combattuta nei territori di Nigeria e Mali, con scontri che coinvolgono alcuni dei cittadini più poveri del mondo – come agricoltori e pastori della regione del Lago Ciad – che combattono, spesso inutilmente, fronteggiando fenomeni di desertificazione e scarsità idrica sempre più devastanti. Per tentare di porre un freno a questi conflitti, nel 2018 è nata la partnership Water, Peace and Security (WPS) che attraverso una mappa interattiva mira a monitorare e prevedere le variabili che maggiormente possono incidere sulla mancanza d’acqua, scatenando i water conflicts. Simili scenari non riguardano, purtroppo, solo l’Africa: anche ai confini tra India e Bangladesh si sono registrati episodi del genere. Un altro teatro critico sono le regioni toccate dal fiume Mekong, il più lungo del sud est asiatico, che sfocia nel mar Cinese meridionale, dopo aver attraversato varie nazioni (Myanmar, Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam). Parliamo di un’area dalle ben note valenze geopolitiche internazionali, dove la Repubblica popolare cinese sembra stia deviando e trattenendo (con dighe e bacini) una parte importante delle acque per favorire la navigabilità del fiume, inaugurando così nuove rotte commerciali (nel quadro della nuova via della seta), ma presumibilmente anche per garantirsi, attraverso il controllo della risorsa idrica, una posizione di maggior forza nei confronti degli stati dell’area (si parla già di “guerra dell’acqua” del Mekong). Sempre in Cina, nel 2021, è stato varato un colossale progetto che attraverso una serie di infrastrutture ha consentito la deviazione delle risorse idriche, pompando l’acqua dai principali fiumi del sud verso nord, area maggiormente soggetta alla siccità; saranno coinvolte circa 140 milioni di persone. Il 2022 è una estate calda anche per i giapponesi: fra temperature roventi e crisi energetiche per sovraccarico, la scarsità di piogge si sta facendo sentire anche nell’impero nipponico. Importanti investimenti, compreso il settore green, sono stati varati dagli stati del Golfo persico – tra le aree più desertificate e le temperature più elevate del pianeta – per contrastare il fenomeno del riscaldamento e garantire una corretta gestione idrica, che già oggi fa ampio ricorso ai dissalatori. Non sta meglio l’Iran: la siccità ha prosciugato fiumi e laghi e la politica di autosufficienza agricola (in particolare sui cereali) e la mancanza d’acqua hanno provocato forti proteste contro le autorità. L’altro gigante asiatico, l’India, non vive tempi migliori: tra temperature roventi (le più elevate da oltre un secolo) e scarsità d’acqua, il secondo (a breve il primo) paese più popoloso del pianeta sta attraversando una fase nera, specie nei settori centro-settentrionali; problemi anche in alcune parti dell’Indonesia, dopo la grande siccità del 2015. Per restare in Asia, ricordiamo che israeliani e palestinesi condividono le due più importanti fonti idriche della regione: la falda montana che va dal Mar Morto alla Valle del Giordano (il 25 per cento dell’acqua per Israele, quasi il 100 per i palestinesi della Cisgiordania), a cui si aggiunge il fiume Giordano, che copre i fabbisogni di Israele (per un terzo), rifornendo anche il Libano, la Giordania e la Siria (ma non i palestinesi), creando ulteriori problemi con vicini coi quali – come noto – lo stato ebraico non intrattiene rapporti particolarmente cordiali. Proprio il controllo di tali risorse è stato spesso al centro dei vari conflitti arabo israeliani; se ne è discusso, naturalmente, al tavolo della pace, eppure – con tutte le polemiche e i dissidi che si possono facilmente immaginare – ancora oggi persiste una palese e intollerabile disparità nell’accesso alle risorse idriche, a discapito dei palestinesi e in aperta violazione di leggi e consuetudini internazionali. Per restare in questa parte di mondo, ricordiamo il ruolo della Turchia come riserva idrica per Siria e Iraq, favorita dalla sua conformazione orografica ricca di montagne, o la spartizione delle risorse del Nilo, il fiume più lungo del mondo, tra i tre paesi – Egitto, Etiopia e Sudan – che si collocano lungo la valle della diga di Assuan. Spostandoci verso il Magreb, anche il Marocco sta vivendo, dopo il 2021 (il quarto anno più caldo dal 1981), una stagione molto critica: scarseggia l’acqua potabile, gli invasi sono ai minimi storici e perfino la neve si è ridotta del 65 per cento in pochi anni.  Incendi, corruzione, illegalità ed inefficienze nella gestione delle risorse, gli aiuti insufficienti stanziati dal governo non migliorano le cose, mentre la siccità, assieme all’inflazione riflesso del conflitto ucraino, peggiorano ulteriormente i disagi degli abitanti del regno. In America Latina diversi paesi hanno grossi problemi per l’approvvigionamento idrico: in Perù (compresa la capitale Lima) si calcola che circa il 15 per cento degli abitanti non abbia accesso alla rete idrica e debba fare ricorso ad autobotti o mezzi di fortuna; in Venezuela l’acqua scarseggia, con bassa pressione e poca qualità, assieme al problema di infrastrutture datate e inefficienti; in Cile nel 70 per cento del territorio manca un servizio idrico degno di questo nome, mentre i retaggi della dittatura di Pinochet lasciano troppo spazio alle imprese private, a discapito dei consumi delle famiglie; in Argentina intere regioni sono nelle stesse condizioni per le difficoltà di approvvigionamento; megalopoli come  Città del Messico e San Paolo del Brasile sono tra le dieci più importanti città al mondo con problemi di rifornimento di acqua. Perfino in Canada ci sono problemi, con la siccità che ha ridotto i raccolti di cereali e semi oleosi e negli Stati Uniti, dove sono entrate in vigore le prime restrizioni: la California, ad esempio, ha introdotto limitazioni agli usi privati. L’Australia è alle prese col problema opposto: nel New South Wales è piovuto senza sosta per tutto il mese di giugno, costringendo oltre 30mila persone che vivono a Sydney (e nelle aree limitrofe) ad evacuare per fuggire dalle inondazioni, senza per questo dimenticare gli incendi devastanti delle estati passate e la grave siccità che ha colpito la Tasmania, dove, per mancanza d’acqua, stanno morendo gli alberi secolari. Abbiamo accennato alla responsabilità delle attività antropiche nel produrre inquinamento atmosferico, al quale – secondo la tesi maggioritaria sposata dalla comunità scientifica internazionale – andrebbe imputato il fenomeno del riscaldamento globale, responsabile dei cambiamenti climatici e della scarsità di precipitazioni. Per correttezza, però, è necessario dar conto dell’esistenza di differenti approcci sulle cause del fenomeno, senza per questo mettere in discussione l’importanza della lotta all’inquinamento e alle emissioni nocive, non foss’altro per via delle conseguenze negative che producono per l’ambiente e per la salute delle persone e delle specie animali e vegetali. A tal proposito, viene spesso ricordato un intervento del premio Nobel per la fisica e senatore a vita Carlo Rubbia, dinanzi alle commissioni riunite Affari esteri e Ambiente-territorio di Camera e Senato, datato 26 novembre 2014. Leggiamo nel sito del giornalista Nicola Porro che il professor Rubbia disse in tale occasione che “il clima della Terra è sempre cambiato. Oggi noi pensiamo (in un certo senso, probabilmente, in maniera falsa) che se non facciamo nulla e se teniamo la CO2 sotto controllo, il clima della Terra resterebbe invariato. Questo non è assolutamente vero.”, aggiungendo, dopo un breve excursus storico, che “Se restiamo nel periodo degli ultimi 100 anni, ci sono stati dei cambiamenti climatici sostanziali, che sono avvenuti ben prima dell’effetto antropogenico, dell’effetto serra e così via.”, ricordando che tra il 2000 e il 2014 la temperatura della Terra non è aumentata. Lo scienziato, ad ogni modo, ribadisce che l’aumento delle emissioni di CO2, specie in paesi come Cina e altri in via di sviluppo, è avvenuto in modo esponenziale. Il punto nodale del discorso, però, è quando Rubbia rammenta che l’unica nazione al mondo ad aver ridotto le emissioni sono stati gli USA, grazie allo sviluppo del gas naturale, che ha ridotto le emissioni di CO2 prodotte dal carbone. Lo scienziato, tenuto conto degli enormi costi delle cosiddette fonti rinnovabili, indica pertanto nello sviluppo tecnologico (un suo progetto prevedeva di trasformare il gas naturale ed emetterlo senza emissioni di CO2) la vera soluzione dei problemi energetici, garantendo al contempo una migliore tutela ambientale. Per correttezza, dobbiamo dar conto anche delle critiche rivolte alle interpretazioni del discorso di Rubbia. Una di queste asserisce che il fatto che nel range temporale 2000/2014 temperatura terrestre non sia aumentata, bensì diminuita di 0,2 gradi, non sarebbe di per sé significativo, vista la brevità del periodo preso in esame; inoltre, si fa notare che lo scienziato non solo non ha negato il cambiamento climatico, ma lo ha perfino ricondotto all’uomo quando afferma che “C’è stato un cambiamento di temperatura che in qualche modo è stata considerata la presenza dell’uomo. Non dimentichiamo che quando sono nato io [nel 1934] la popolazione della Terra era 3,7 volte più piccola di quella che è oggi. E il consumo energetico primario è aumentato di undici volte nella mia vita». Ricordiamo, ancora, che il report finale del 2021 dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sembra ricondurre inequivocabilmente il cambiamento climatico all’uomo (tali conclusioni vengono recepite dagli accordi di Parigi – cd. COP21 – firmati lo scorso anno); ad onor del vero, lo stesso Rubbia, nella parte conclusiva del suo discorso, sollecita la riduzione delle CO2. Su posizioni che tendono a negare il diretto rapporto causale tra inquinamento e cambiamento climatico, si è collocato un altro illustre studioso, il professor Antonino Zichichi, il quale nel 2019 asseriva come: “È bene precisare che cambiamento climatico e inquinamento sono due cose completamente diverse. Legarli vuol dire rimandare la soluzione. E infatti l’inquinamento si può combattere subito senza problemi, proibendo di immettere veleni nell’aria. Il riscaldamento globale è tutt’altra cosa”, aggiungendo che il fenomeno del riscaldamento “[…] dipende dal motore metereologico dominato dalla potenza del Sole. Le attività umane incidono al livello del 5%: il 95% dipende invece da fenomeni naturali legati al Sole. Attribuire alle attività umane il surriscaldamento globale è senza fondamento scientifico”. Visto il carattere tecnico della questione, riportiamo, infine, quanto pubblicato dall’Ansa del 30 settembre 2019, in merito ad un appello rivolto alle autorità e all’opinione pubblica da un gruppo di scienziati esperti in varie discipline (150 in tutto, compreso il fisico prof. Franco Prodi) “”Il riscaldamento globale antropico – scrivono i firmatari – è una congettura non dimostrata e dedotta solo da alcuni modelli teorici climatici. La letteratura scientifica recente ha messo sempre più in evidenza l’esistenza di una variabilità climatica naturale legata soprattutto ai grandi cicli millenari, secolari e pluridecennali dell’attività solare e della circolazione oceanica, che sono stati responsabili di altri periodi caldi degli ultimi 10.000 anni”. Per i firmatari, “il cosiddetto consenso scientifico a favore del contributo antropico non sussiste, essendovi invece una notevole variabilità di opinioni tra gli specialisti del settore, climatologi, meteorologi, geologi e geofisici”. “E’ scientificamente poco realistico – prosegue l’appello – individuare nelle emissioni umane praticamente l’unica causa del riscaldamento osservato dal secolo passato ad oggi e, quindi, le previsioni allarmistiche per il prossimo futuro dedotte da modelli climatici proponenti tale ipotesi non sono credibili”. “Posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità – conclude l’appello rivolto alle massime autorità dello Stato -, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima”. Si tratta, come ovvio, di questioni scientifiche che non possiamo che demandare agli esperti, il nostro compito era quello di darvi conto dell’esistenza di un dibattito, fermo restando che la lotta all’inquinamento e la salvaguardia del diritto all’acqua – quale che sia la tesi che si voglia sposare – non dovrebbero più essere questioni controverse, ma in via di risoluzione, almeno questo è il nostro auspicio.

di Paolo Arigotti