Colligere fragmenta ne pereant

«Colligere fragmenta ne pereant» con questo brocardo latino comincia l’articolo di Gianni Ferrara Mazzucco, musicologo e regista che, nello scrivere il suo interessante testo, ha messo in epigrafe una celebre frase pronunciata da Gesù, la cui traduzione da latino del Vangelo dice: “Non si disprezza nulla, non si lascia nulla da parte” «Collìgite quae superaverunt fragmenta, ne pereant (Giovanni 6,12)». Nell’anno che inizia si cerca di trarre auspici che possano aiutare ad affrontare meglio le difficoltà che di sicuro si presenteranno. Il monito da cogliere sempre è, precisamente, quello di fare memoria della storia, a tutti i livelli, perché soltanto il sapere storico può offrire un approdo sicuro in un mondo estremamente “liquido”, soprattutto in un momento in cui la visione della storia sembra incessantemente “riproposta e riprodotta” attraverso moltissimi mezzi di comunicazione, i cosiddetti social, che hanno contribuito a far perdere all’esistenza quell’aura sacrale che già il filosofo tedesco Walter Benjamin, nel primo Novecento, aveva visto perdersi nel fenomeno della riproducibilità tecnica dell’arte. La trattazione di Ferrara Mazzucco ci mette di fronte all’importanza della scoperta che, in qualunque campo dello scibile, per l’essere umano non  può che rappresentare una sfida e una vittoria. (La Redazione)

Colligere fragmenta ne pereant

Questa recente scoperta di frammenti pergamenacei da parte del prof. Bernardino Ferretti, noto studioso-ricercatore ed esperto di questa materia, serviti come fogli diguardia2, di alcuni codici della Biblioteca Capitolare Feliniana di Lucca3, ha permesso di identificarli come appartenenti ad un medesimo codice: un Messale di origine lucchese dotato di notazione musicale neumatica4, del XII° secolo e di cui è stata ricostruita la “consecutio” liturgica. “Tale scoperta è preceduta da un’altra analoga, risalente agli anni ’80 del secolo scorso: trattandosi sempre di un Messale neumato della medesima epoca”. (Ferretti Bernardino, Frammenti di un Missale lucchese, Bollettino dell’Associazione internazionale Studi di Canto gregoriano, Anno VII, n.1, Gennaio-Giugno 1982).

Esempio di notazione neumatica. Il Graduale Tu es Deus del Cantatorium Codex Sangallensis 359

L’importanza di queste scoperte risiede nel contributo che esse danno alla storia dell’evoluzione di questo libro che ha avuto un ruolo fondamentale nella cultura rituale del cattolicesimo europeo dal secolo X fino alla riforma del Concilio di Trento. Diamo qui, qualche osservazione di carattere generale sulla raccolta di frammenti pergamenacei o anche cartacei conservati in Biblioteche ed Archivi statali comunali ed ecclesiastici. La conoscenza di codici integri o, più o meno integri, si può considerare pressoché esaurita, a meno di qualche ritrovamento occasionale. Quindi, la raccolta di materiale frammentario costituisce una necessità importante per arricchire o confermare conoscenze altrimenti non più raggiungibili. Occorre dire che i frammenti di ogni tempo e di ogni luogo dell’antichità, del medio evo e del rinascimento sono sempre stati oggetto di ricerca filologica, in ogni campo, da quello letterario, religioso in senso lato (testi biblici e teologici, Commentari biblici, Atti di martiri, Vite di Santi, Cronache monastiche, libri liturgici di ogni tipo etc.), a quello storico e giuridico: inclusi in questo anche Diplomi reali, imperiali e Bolle papali etc. Ma la particolarità della ricerca odierna (da intendersi dalla seconda metà dello scorso secolo ad oggi) è la sistematicità dei ritrovamenti e della classificazione della innumerevole quantità di tali frammenti dappertutto disseminati. Quindi anche le testimonianze frammentarie manoscritte superstiti dei libri liturgici musicali e non, sono state e sono oggetto ormai principale delle indagini e dell’interesse degli studiosi di questo settore, al punto di esprimere questa finalità con la frase latina: Colligere fragmenta ne pereant: (Raccogliere i frammenti perché non vadano perduti). L’importanza di questo genere di ricerca è associata, di conseguenza, al recupero di questo patrimonio culturale che, seppure meno conosciuto, si affianca così alla ricchezza del patrimonio archeologico e artistico più noto. Ed ecco che ritroviamo il titolo di questo articolo nelle parole di Ferretti che, riportate nel suo libro, ci ritornano alla mente e ci spiegano il loro significato.

Tra i vari contributi particolari in questa direzione pubblicati in articoli e in monografie da differenti studiosi, segnaliamo il Catalogo monumentale del prof. Giacomo Baroffio, grande specialista di musicologia liturgica. Si tratta di una lista di migliaia di frammenti di origine italiana trovati in Biblioteche e Archivi sia in Italia che all’Estero, organizzati secondo il luogo di conservazione, di provenienza (certo o presumibile), il tipo liturgico (se Messale, Graduale, Antifonario, Lezionario ecc.), secondo la data di produzione o almeno per approssimazione il secolo, e infine se sia provvisto o no di notazione musicale. (Baroffio Giacomo, Iter Liturgicum Italicum, Editio Maior, Instrumenta I, Associazione San Michele Arcangelo, Stroncone 2011. (In sigla: ILI).

Se si estende la ricerca agli altri paesi europei dove il culto cristiano cattolico è stato operante per secoli, si può immaginare la notevole consistenza di queste testimonianze superstiti e di conseguenza della imponente mole di codici impiegati nel passato e purtroppo non pervenuti o residuati, solo in parti più o meno consistenti.

Cause della perdita e della dispersione del materiale librario

Per riprendere il significato del titolo di questo articolo, usando le parole del prof Ferretti che sono riportate nel suo prezioso libro, è importante citare le cause della perdita e della dispersione del materiale librario. Non è qui il luogo di trattare dettagliatamente della perdita di materiale librario nel corso del tempo, che sarebbe lunga e di immensa mole. Diamo soltanto alcuni esempi. Uno dei motivi principali sono gli incendi e le distruzioni per cause belliche, tra i quali quello della Biblioteca di Alessandria in Egitto avvenuta a più riprese a partire dalla Guerra alessandrina di Giulio Cesare (47-48 a.C.), poi nel III secolo e infine nella metà del VII secolo per opera degli Arabi. Nell’Alto medioevo l’Abbazia di Montecassino subì un primo saccheggio nel 570 da parte dei Longobardi e nell’883 subì un saccheggio dai Saraceni che occupavano tutta la penisola. Nell’881 la stessa sorte toccò all’Abbazia di San Vincenzo al Volturno che fu distrutta e bruciata, così pure l’Abbazia di Farfa nell’8985 e l’abbazia della Novalesa nel 906. In questo caso i monaci riuscirono a portare in salvo i codici della Biblioteca. Ma per venire a tempi più recenti, si ricordi il devastante incendio (non doloso) della Biblioteca Nazionale di Torino del 1904 in cui andarono distrutti 1500 manoscritti ed una gran quantità di volumi a stampa. Un’altra causa della perdita di opere letterarie religiose e liturgiche per cancellazione di un testo allo scopo di soprascriverne un altro, è dovuto alla scarsità del materiale scrittorio, vuoi papiro o pergamena.

È il caso del palinsesto6 del VII secolo che conteneva il Commento ai Salmi di Sant’Agostino, da parte del Cardinale Angelo Mai nel 1819. Un’ulteriore perdita di materiale manoscritto, lo si deve al riutilizzo di fogli pergamenacei per servire da Copertina di Atti notarili pubblici e privati di un periodo pressappoco tra il XII e il XVI secolo. Quindi la scoperta del Ferretti è una operazione utile per la salvaguardia di un patrimonio bibliografico adatto allo studio dell’evoluzione liturgica, e non solo. Altre operazioni di questo tipo si attendono vagliando attentamente l’immensa mole di frammenti disseminati dovunque. È ben detta quindi la frase, e qui riprendiamo di nuovo il titolo dell’articolo, che esprime questa esigenza: Colligere fragmenta.

La mole di queste copertine è ingente, nonostante che per motivi d’ingombro molti di questi Atti sono stati dispersi o bruciati. Un aspetto della ricerca musicologico-liturgica è la visita di Archivi di Stato, Comunali e di Enti ecclesiastici, dove si possono rintracciare copertine appartenenti a codici liturgici musicali e non. Spesso si trovano residui di codici tardivi in notazione quadrata su rigo tetralineare (i meno interessanti). Talvolta il ricercatore si imbatte in frammenti più antichi che possono fornire informazioni preziose sul contenuto del codice originario e sulla sua origine: in genere il luogo stesso di produzione dell’Atto. Un aspetto più recente relativo alla dispersione di codici e frammenti è l’alienazione di questi beni a fini commerciali, rivelando così un’assenza di coscienza del loro valore documentario. Ad esempio, Libri corali della Messa e dell’Ufficio cartacei (di certa o d’indubbia provenienza) sono stati smembrati per essere rivenduti pagina per pagina al fine di farne dei quadri da salotto e nel caso di fogli membranacei, addirittura dei paralumi di lampade. Stessa sorte toccata ai Libri d’ore del XIV e XV secolo, dai quali sono state sottratte delle pagine finemente miniate.

(Bernardino Ferretti, Una notazione neumatica della Germania del nord-ovest; Nuovi frammenti di un Missale Lucchese, RiStampa Edizioni, Cittaducale (Ri), 2021)

Nella prima parte. Una notazione neumatica della Germania del nord-ovest, Ferretti presenta un suo personale punto di vista su una notazione ancora oggetto di differenti valutazioni sulla sua antichità ed espresse in sintesi col termine generalizzato ma non corrisponde alla realtà neumatica di notazione paleofranca. Infatti, l’analisi dei dati sposta la creazione di questa notazione dal periodo carolingio al periodo dell’impero germanico delle dinastie Ottoniane e Salica. Ci sarebbe la necessità di una più adeguata denominazione oltre quella di Germania del nord-ovest, benché ci siano delle ragioni (già avanzate da alcuni studiosi) per proporre Essen-Werden7.

Tuttavia, l’autore rimane su questa definizione geografica generica in attesa di altri ritrovamenti. È cosa nota che il repertorio di canto liturgico medievale, cosiddetto gregoriano, appare con notazioni musicali solo in libri di canto non anteriori agli inizi del secolo X, già differenziati in scuole regionali o, nazionali, se vogliamo, ciascuna col proprio sistema semiografico (o neumatico). Prima di quest’epoca, dall’inizio del suo formarsi (nell’VIII-IX sec. in ambiente franco, grosso modo tra il Reno e la Senna) durante il Rinascimento Carolingio, il repertorio appare in libri liturgici (Antifonari della Messa e dell’Ufficio) che contengono solo i testi letterari, poiché le notazioni musicali non erano ancora in uso, e le melodie si eseguivano e si tramandavano a memoria con la tradizione orale.

(Bernardino Ferretti, da Una notazione neumatica della Germania del nord-ovest, Notazione paleofranca del Nord-Ovest della Germania, pg.25)

Quello che ha colpito e colpisce ancora molti musicologi, è lo stadio di relativa perfezione con cui i più antichi manoscritti (ci riferiamo al Cantatorium di San Gallo 3598 per la notazione sangallese e dell’Antifonario di Laon 239 per quella di Metz) traducono la melodia gregoriana nel suo andamento melodico adiastematico9 (intrinseco negli stessi segni e con l’aggiunta di lettere di precisazione melodica) ma specialmente nel suo aspetto ritmico (per mezzo della diversità nel raggruppamento dei neumi e dell’aggiunta di lettere di significato agogico10).

Nel loro insieme, tutti i manoscritti più antichi, ciascuno nella propria lingua neumatica, sono concordi nel riprodurre più o meno fedelmente, le melodie del repertorio gregoriano. Il dubbio che si insinua nella mente di questi musicologi si potrebbe esprimere con questa domanda: Come è possibile che un sistema di segni così perfetto, si sia formato senza uno stato anteriore che abbia condotto alla sua formazione? Tale dubbio ha indotto ad ipotizzare uno stato anteriore necessario (rappresentato appunto dalla notazione cosiddetta “paleofranca”) non provato.

Per finire, vorrei aggiungere un invito da estendere alle autorità competenti per dare adito e voce a queste scoperte e ricerche che fanno parte del nostro patrimonio culturale, storico e artistico, e direi patrimonio mondiale, affinché, non solo le pitture antiche, le sculture, gli affreschi, le cattedrali, le chiese e basiliche, che vengono giustamente restaurate con un apporto materiale per poterle salvare e mostrare, nella loro intera bellezza, in tutto il mondo per salvaguardarne la loro memoria, ma direi anche questi codici e questi fogli antichi, che riguardano il patrimonio embrionale della scrittura musicale antica, debbano essere sostenuti da un finanziamento statale e dalla Sovraintendenza delle Belle Arti per dare più possibilità a questi ricercatori e studiosi di poter operare con più fiducia nelle loro ricerche, quasi sempre affrontate a loro spese senza contributi alcuno, per amore verso la stessa ricerca della verità  e della bellezza, lavori che richiedono molto tempo e denaro, sia per gli spostamenti da un luogo all’altro, sia per ricostruire la loro storia che fa parte della nostra storia e della nostra memoria e che ci aiuta a comprendere il nostro presente. Lo ripeto e lo ripeterò sempre nei miei scritti: senza memoria e ricerca non c’è futuro.

Con questa domanda, e questi presupposti, vi invito a leggere questo bel volume del prof. Bernardino Ferretti, dove troverete non solo la risposta alla domanda suddetta, ma anche un riscontro su altrettanti argomenti fonti di ricerca per non perdere la memoria delle proprie radici culturali e sociali, nuovamente da sottolineare, fondamentali per muoversi in un futuro senza nebbie e incertezze, e per approfondire la nostra conoscenza che ci aiuta a riflettere su quello che accade oggi, per non “disprezzare nulla, e non lasciare nulla da parte ”.

di Gianni Ferrara Mazzucco

Note

1 (Docente di Teoria della Musica negli Istituti “L. Boccherini” di Lucca e “R. Franci” di Siena, ha conseguito il Magistero in Canto gregoriano presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma specializzandosi nello studio delle antiche notazioni neumatiche sotto la guida del monaco di Solesmes Dom Eugène Cardine fondatore della Scuola di Semiologia Gregoriana. Gli apporti di Ferretti in questo campo vanno dalla Notazione beneventana, alla Notazione cosiddetta “paleofranca” fino alla Notazione comune ai manoscritti dell’Europa occidentale italo-franco-ispanica del secolo XI che lo stesso ha denominato “Koinè” in quanto costituente un gruppo unitario. Ha prodotto interessanti e fondamentali ricerche, con pubblicazioni di musicologia medievale e in particolare delle antiche notazioni neumatiche).

2 (fogli di guardia sono i fogli posti all’inizio ed alla fine del libro, bianchi o stampati che nella parte incollata alla copertina prende il nome di controguardia o risguardia e nella parte libera prende il nome di guardia libera. Sono posti all’inizio e alla fine di un libro, foglio bianco piegato in due parti di cui una è incollata all’interno della copertina, l’altra costituisce la prima o l’ultima pagina del libro).

3 (Biblioteca Capitolare significa la Biblioteca del Capitolo – cioè dei canonici di una cattedrale come istituto giuridico riuniti in assemblea). Il termine Capitolo deriva dalla Regola di San Benedetto che prescriveva la riunione dei monaci per discutere questioni inerenti al monastero previa lettura di un Capitolo della Regola. La denominazione Feliniana invece deriva da un ecclesiastico ferrarese (Felino Sandeo) vissuto nella seconda metà del Quattrocento che, dopo aver ricoperto varie cariche, divenne Vescovo di Lucca e alla sua morte lasciò alla sede vescovile la sua ricca biblioteca personale. Da cui Biblioteca Capitolare Feliniana. In Italia ci sono circa una dozzina di Biblioteche Capitolari).

4 (In generale, per notazione musicale s’intende un insieme di segni convenzionali che indicano graficamente i suoni. Per notazione neumatica, notazione musicale medievale qui sotto riportata con un esempio, s’intendono quei segni posti sopra la scrittura del testo, detti neumi, che significa segno-linea. È la prima forma di scrittura che fissa, in un certo modo, la melodia su testo).  

5 (Nel 898, l’abbazia di Farfa, fu assalita da bande di Saraceni che infestavano tutta l’Italia centro-meridionale (Marche, Umbria e Lazio), desolando ed incendiando chiese e monasteri. Tra questi San Salvatore Maggiore di Rieti e quindi l’abbazia di Farfa, che cedette dopo alcuni anni di resistenza. Nel frattempo aveva spostato una parte della comunità a Roma, un’altra a Rieti ed una terza nelle Marche con tutto l’archivio e la Biblioteca. Nell’anno 800 l’Abbazia di Farfa fu sottoposta alla giurisdizione imperiale, godendo quindi di privilegi e protezione dei Franchi di Carlo Magno. Conseguenza diretta di ciò era lo svincolo dell’abate di Farfa dal Papa di Roma. Il potere dell’abate di Farfa, sostanzialmente paragonabile a quello che poi sarà dei Principi Vescovi tedeschi, era immenso: l’Abbazia di Farfa controllava sei città fortificate, oltre 130 castelli, oltre 300 villaggi, oltre 600 chiese e conventi. A Farfa sostò Carlo Magno, prima di essere incoronato Imperatore a Roma in San Pietro il 25 dicembre 800. Durante il suo regno l’Abbazia ebbe il suo massimo sviluppo. Nell’ 891, all’epoca dell’abate Pietro I, l’Abbazia di Farfa fu assaltata dai Saraceni, che l’assediarono per ben sette anni. Farfa cadde e i monaci superstiti fuggirono dividendosi in tre gruppi: il primo, sotto la guida diretta dell’Abate Pietro I, si rifugiò presso il monastero di S. Ippolito e S. Giovanni in Silva, a S. Vittoria in Matenano, nell’attuale provincia di Fermo. Il secondo gruppo andò verso Rieti, ove fu trucidato. Il terzo gruppo si rifugiò a Roma. Trascorsi diversi anni, non appena i Saraceni abbandonarono Farfa, il terzo gruppo di monaci ritornò all’Abbazia, trovandola purtroppo in completa rovina).

6 Dal greco παλίμψηστος “raschiato di nuovo”, è quella del vocabolo lat. re-scriptus, con la quale Plutarco indica un manoscritto da cui è stata cancellata la scrittura originale, per scrivervi un nuovo testo. Per citare un solo caso, fu eclatante la scoperta di frammenti del De Republica di Cicerone in un palinsesto bobbiese, di Bobbio, cittadina emiliana in provincia di Piacenza, sede di una celebre abbazia benedettina, fondata da san Colombano nel 612.

7 Werden è un quartiere della città tedesca di Essen, città della Renania che appartiene alla regione della Ruhr, regione storica tedesca nella Renania Settentrionale-Vestfalia che prende nome dall’omonimo fiume Ruhr che l’attraversa.

8 Il Cantatorium C (Codex Sangallensis 359) di san Gallo, datato al 930. È la notazione più antica, più conosciuta e più studiata per chi affronta lo studio della musica antica. Si è sviluppata nell’Abbazia di San Gallo in Svizzera. Insieme con san Gallo, altre scuole scrittorie, monastiche o vescovili, diventano centri di creazione e di diffusione di scrittura musicale. Il cosiddetto «Cantatorium di San Gallo», primo manoscritto completo esistente al mondo con notazione medievale neumatica. Contiene i brani solistici della Messa e costituisce una delle fonti principali per la ricostruzione del canto gregoriano. Copiato e corredato di eleganti neumi nel monastero di San Gallo tra il 922 e il 926. Rilegato in legno con piatto d’avorio probabilmente realizzato a Bisanzio intorno al 500 e raffigurante scene del combattimento di Dioniso con gli Indiani. Il piatto era appartenuto a Carlo Magno. 

9 Notazione adiastematica notazione in campo aperto, non ha rigo, e quindi detta anche in campo aperto, poteva soltanto aiutare a ricordare una melodia già nota.

10   Il termine Agogico, già usato fin nell’antichità, indica le variazioni e l’andamento ritmico e melodico di un brano musicale. Venne introdotto nella terminologia musicale moderna da H Riemann, per indicare le variazioni di un movimento all’interno di una composizione.