UN NUOVO COMMISSARIO / PRESIDENTE AL SUPERINPS: MASTRAPASQUA SE N’É ANDATO, MA DEL DISSESTO DELLA PREVIDENZA OBBLIGATORIA CHE SI FA ?

Ancora un nuovo Commissario straordinario, in sostituzione del precedente dimissionato, è stato collocato dal Governo al comando del SuperINPS con i poteri attribuiti al Presidente e per restare in carica sino alla “definizione del processo di revisione della governance degli enti previdenziali, ma comunque non oltre il prossimo 30 settembre”.
Non é facile percepire i motivi per i quali la macchina del fango giudiziario – tipico strumento di lotta al ricambio delle poltrone tra appartenenti a fazioni e poteri politici in Italia – é stata messa inopinatamente in moto al di fuori del perimetro operativo assegnato alla Struttura di missione per la revisione della spesa pubblica e ai poteri ispettivi del Commissario straordinario Carlo Cottarelli, per la presentazione delle cui proposte al Governo e al Parlamento era stato fissato il già trascorso mese di febbraio 2014.
All’area d’ingerenza delle sue funzioni nella Pubblica amministrazione italiana era stata specificamente assegnato anche il principale ente erogatore di prestazioni di pensione (vedi il Programma di lavoro del 12 novembre 2013, Allegato I, punto 3.3 Lavoro e politiche sociali, INPS e altri enti previdenziali).
La previdenza sociale era stata, quindi, individuata tra i settori dello Stato oggetto d’intervento ai fini dell’eliminazione degli sprechi e la riduzione delle strutture centrali e periferiche impegnate a realizzarla.
Già da tempo “Panorama sindacale” sostiene l’esigenza che sia certificata la situazione di dissesto gestionale del SuperINPS, motivando la dovuta adozione di un provvedimento di legge per l’avvio di un’amministrazione straordinaria o controllata dell’ente.
Tale operazione è, di tutta evidenza, indispensabile per consentire al Parlamento – se mai ne emergerà la volontà politica – di rifondare lo Stato sociale nei due distinti sistemi gestionali della previdenza obbligatoria e dell’assistenza sociale, con il rispetto del principio costituzionale della separazione tra il finanziamento, la gestione nonché l’erogazione delle prestazioni ai lavoratori dipendenti scaturenti dal loro salario differito e il mantenimento dei cittadini privi di reddito esclusivamente con il gettito fiscale, nei limiti in cui lo Stato è in grado di tradurne le risorse raccolte in forme sostenibili di solidarietà tra i cittadini.
La FIALP ha ripetutamente denunciato che, se il sistema tributario italiano per incapacità o malgoverno é privo della sostenibilità necessaria a garantire ai cittadini l’assistenza sociale, il ricorso al finanziamento della stessa con la ritenuta obbligatoria sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti si traduce in una malversazione del risparmio previdenziale, deviato dal suo fine esclusivo di assicurare agli stessi “i mezzi adeguati di vita” nelle ipotesi previste dalla Costituzione, in pratica una “distrazione legalizzata” di fondi.
Il fatto é che qualcuno, in campo politico e burocratico, da tempo sta preordinando – tanto per essere chiari – l’affossamento della “autonomia previdenziale” presupposta dalla trattenuta alla fonte della retribuzione differita, cui andrebbe assicurata invece una gestione redditizia contraddistinta da una solidarietà solo interna al sistema e cioè sottratta alla discrezionalità redistributiva delle entrate tributarie.
Queste ultime dovrebbero essere l’unica risorsa con la quale garantire il concorso, in proporzione al proprio reddito, di tutti i cittadini al sostegno degli indigenti e di chi non ha potuto o voluto contribuire alla formazione della propria pensione per la vecchiaia.
Invece, l’assimilazione di fatto della contribuzione previdenziale obbligatoria all’imposizione tributaria, presupposta dall’afflusso di tutte le risorse reperibili con la ritenuta alla fonte nel bilancio dello Stato, ha portato alla confluenza nel SuperINPS delle più disparate prestazioni previdenziali e assistenziali, determinando un dissesto finanziario e una confusione organizzativa della previdenza obbligatoria, intruppata sulla via del fallimento gestionale.
Quanto affermiamo é comprovato dalla realtà, in quanto quello che con parole reticenti viene definito “sistema previdenziale allargato” si traduce, al momento:
a) relativamente alle risorse disponibili, nello storno di quelle raccolte in forma diretta e accumulate con il salario differito che vengono utilizzate a copertura di prestazioni prive di fonte propria di finanziamento, ad eccezione dell’incerto riversamento da parte dello Stato, nelle entrate del SuperINPS, di somme discrezionalmente determinate nell’an e nel quantum e comunque in misura inferiore alle necessità;
b) relativamente alle prestazioni, nella formazione di un coacervo di più di duecento poste contabili differenti per scopi e per esigenze sociali degli oltre 23 milioni di percettori di prestazioni previdenziali e assistenziali erogate alle più disparate categorie di cittadini.
Per di più, resta non smentita l’ammissione, pubblicamente esternata dal Proconsole governativo del SuperINPS di recente dimissionato, che in conseguenza della soppressione dell’INPDAP e dell’intervenuta incorporazione della gestione previdenziale dei dipendenti pubblici, non solo non c’è più uno straccio di attivo ma si è formato un enorme buco nel bilancio dell’ente e il divario tra entrate e uscite è destinato ad allargarsi sempre di più, a motivo della contabilizzazione solo virtuale della contribuzione previdenziale effettuata dallo Stato, che non risulterebbe al momento cessata.
Tutta la complessa situazione di dissesto gestionale conferma non soltanto l’urgenza di una “operazione trasparenza” ad iniziare dal report delle risorse contributive esistenti ma sopratutto, la necessità di una verifica dei risultati del loro utilizzo – più o meno inefficiente – nelle funzioni di finanziamento e di erogazione di ciascuna delle specie di prestazioni.
Per dirla in termini espliciti, bisogna accertare una volta per tutte le reali capacità del vigente sistema sociale di affrontare un piano di risanamento, che non si risolva in una semplice riallocazione delle risorse per proseguire nell’involuzione in corso dell’attività istituzionale dell’INPS.
Purtroppo, la previdenza obbligatoria nel nostro Paese è condannata ad un deficit strutturale, poiché entrate e uscite sono entrambe soggette al rischio di corrosione del sistema, in quanto il montante previdenziale contributivo obbligatorio, privato di un rendimento gestionale è legato all’andamento problematico del PIL e resta, pertanto, intrinsecamente aleatorio fino al momento dell’erogazione di ciascuna delle prestazioni, se non a condizione che esse vengano costantemente rinviate nelle uscite o ridotte nell’entità per puntellarne la sostenibilità.
La previdenza obbligatoria, in definitiva, non può reggere a meno che i lavoratori dipendenti e i pensionati presenti e futuri “rassegnati” non accettino per principio un’indigenza di massa programmata dallo Stato per la vecchiaia, pagata al caro prezzo della rinuncia ad una quota elevata della retribuzione ed una busta paga dimezzata per l’intera vita lavorativa.
Le condizioni di crisi dell’economia in cui versa il nostro Paese e le difficoltà insormontabili incontrate fino ad oggi nella realizzazione di un’effettiva riduzione della spesa pubblica avevano obbligato il Governo a nominare il “Commissario per la Revisione della Spesa pubblica” con funzioni di proposta ed intervento nei confronti delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, funzioni finalizzate al miglioramento della qualità dei servizi e al ridimensionamento delle strutture, oltre che alla riduzione degli sprechi.
Il clamoroso allontanamento di un Commissario-Presidente a termine e la sostituzione con un altro similare avente le stesse funzioni di “definizione del processo di revisione della governance” del SuperINPS non é escluso che costituisca il risultato di una concertazione intervenuta tra Governo e Confederazioni sindacali di colore, che tende a perpetuare un sistema monopolistico di relazioni sindacali, di normazione dei rapporti di lavoro e di gestione dello Stato sociale che ha condotto il nostro Paese sull’orlo del fallimento.
D’altra parte, il Commissario defenestrato del SuperINPS aveva appena varato un Piano industriale, poi ritoccato dal Commissario subentrato – risibile a fronte delle reali condizioni finanziarie e organizzative e patrimoniali dell’ente – che si risolverebbe oltre che nel taglio dei servizi territoriali all’utenza, nella riduzione dei 56 dirigenti generali in servizio a 38, cui aggiungerne 11 con funzioni collegate a progetti temporanei!
Certo, i 49 dirigenti generali posti in salvo dal SuperINPS sono una minima entità nel mare delle migliaia di incarichi di sottogoverno in cui è frammentata la struttura amministrativa pubblica centrale e periferica destinata all’erogazione delle prestazioni assistenziali in Italia.
Ma chi ne farà mai una verifica almeno della reale consistenza numerica, ancor prima di un qualsiasi controllo di efficienza se anche la “spending review” del Commissario Cottarelli non vi pone mano?
Per evitare che anche la struttura di missione sulla riduzione della spesa pubblica obliteri uno degli obiettivi emergenziali che gravano da decenni sulla nostra comunità nazionale, l’intreccio tra previdenza obbligatoria ed assistenza agli indigenti deve essere considerato un nodo finalmente da affrontare nel quadro di un nuovo disegno organizzativo di Stato sociale.
Senza nessuna pretesa di scioglierlo, ne riassumiamo ancora una volta alcuni presupposti essenziali:
1) riconvertire l’assicurazione generale obbligatoria all’esercizio di funzioni previdenziali costituzionalmente corrette, provocando un adeguato rendimento nell’accumulo contributivo attualmente incatenato al tasso di crescita del PIL, rinnovando gli organismi decisionali partecipativi dei titolari sia dei diritti alle prestazioni sia dei doveri contributivi e finalizzando la struttura amministrativa centrale e territoriale dell’INPS alla gestione economica e patrimoniale della retribuzione differita ritenuta alla fonte;
2) trasferire ad un Ministero del Welfare – rifondato e unificato dalla soppressione della miriade di strutture dirigenziali dei Ministeri del Lavoro e Politiche sociali, della Salute, del Ministero dell’Interno e delle Regioni, Province e Comuni che se ne occupano – la gestione delle risorse da reperire con il gettito fiscale, assegnando alla capacità tributaria di ciascuno dei cittadini la “responsabilità etica e politica” del mantenimento e dell’assistenza sociale dei propri simili sprovvisti dei mezzi necessari per vivere.