ROSSO FISSO

È questa la sensazione che ci pervade leggendo continuamente, costantemente, notizie e report negativi non solo sulla nostra economia ma, persino, sui dati statistici demografici, sanitari e legati alla nostra quotidianità ed alle abitudini sociali in genere.
La condizione dell’automobilista obbligato a percorrere un lungo tragitto con l’ago della benzina che si avvicina sempre più al rosso: in affanno costante.
Diminuisce l’aspettativa di vita e nel meridione del nostro Paese, gravato da minori disponibilità di servizi e meno efficaci politiche di prevenzione a causa della carenza di risorse, l’aspettativa cala in misura maggiore.
È sempre più difficile crescere un figlio nel nostro Paese, e così crolla anche il numero delle nascite.
Si riaccendono alcune epidemie.
Alti i tassi di disoccupazione. Abnorme quello della disoccupazione giovanile, con tutta la problematica legata al trasferimento all’estero dei nostri giovani, molti dei quali, diversamente da quanto affermato dall’attuale ministro del lavoro, impiegati in occupazioni importanti o dotati di grosse professionalità.
La crescita economica, al di là delle divergenze di valutazione tra organismi nazionali ed internazionali, è sempre ferma a decimali di punto e comunque in posizioni di retrovia rispetto ad altri Stati europei, anche più fragili del nostro.
Rimanendo nel nostro ambito, quello di dipendenti pubblici, da una parte contiamo i giorni trascorsi dalla scadenza del contratto di lavoro ancora vigente (2.667 nel momento in cui scriviamo) e l’inadeguatezza (vogliamo dire vergognosa ?) nella quantificazione, da parte dei Governi, delle risorse per il rinnovo dei contratti:
forse 1 euro al giorno per l’anno in corso, forse 2 euro al dì nel 2018.
Dall’altra, una tassazione diretta che strangola le retribuzioni e quella indiretta che, con la previsione di ulteriori rincari in particolare dell’IVA, è destinata a deprimere o quanto meno scoraggiare ulteriormente i consumi. E ciò anche per fasce di lavoratori, come le nostre, quelle che dovrebbero rappresentare la famosa classe media, ormai in via di estinzione.
In ipotesi è vero che per i “dipendenti” un aumento dell’IVA potrebbe essere compensato da una diminuzione della tassazione sul lavoro, restando però il fardello su pensionati e lavoratori autonomi.
Ma, ci chiediamo, quanta parte del taglio del cuneo fiscale e in che proporzione andrebbe il beneficio ai lavoratori anziché alle aziende?
E nel pubblico impiego: perché non prevedere uno sgravio anche sulla parte di retribuzione legata alla produttività ed al miglioramento dei servizi ai cittadini ?
Il DEF, di cui si attende la pubblicazione ad ore, non sembra delineare scenari positivi, né per le retribuzioni né per l’occupazione.
Nemmeno sembrano esserci chiari indirizzi verso la lotta all’evasione fiscale e contributiva.
Addirittura, da ultime voci, si metterebbero paletti alla lotta alla corruzione ostacolando l’attività della specifica Autorità.
Eppure i dati fanno gridare vendetta, sarebbe meglio dire “urlare”, pensando in particolare all’enorme tax-gap dell’IVA: 40 miliardi di euro quale differenza tra gettito reale e potenziale (!!).
Per gli aspetti contributivi, invece, siamo in febbrile attesa di verificarne i risultati, a valle della costituzione, contrastata all’estremo dalla FIALP CISAL, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Solo risposte con dati concreti potrebbe condurre a corrette valutazioni di merito.
Tutto il resto è propaganda.