Produttività, merito e selezione nel Pubblico Impiego

Qualsivoglia chirurgo, per quanto alle prime armi, resterebbe allibito se gli venisse chiesto di operare un paziente con una sega da carpentiere,una tenaglia da fabbro e con una lama da salumiere. Una situazione paradossale vero?

In realtà, a volte, è necessario partire da situazioni paradossali per cercare di rendere tangibile la vacuità e le contraddizioni che si possono riscontrare nelle fumose affermazioni che caratterizzano i discorsi di produttività, merito, selezione e flessibilità, in relazione al mondo del lavoro dipendente ed in modo particolare per il pubblico impiego e più che mai per il Parastato.

Da sempre, anche quando alcuni dei termini sopra riportati non andavano di moda, la nostra organizzazione ha sostenuto che la loro introduzione ed il loro sviluppo non potevano che essere elementi positivi per i pubblici dipendenti.

Ma le risposte vere, quelle fornite dalla controparte contrattuale (i vari Governi), fanno trovare nelle condizioni dell’allibito chirurgo, chi deve poi intervenire realmente nell’ambito delle amministrazioni.

Quando si affrontano questi argomenti, ci sono due scelte da fare, una è quella di seguire, acriticamente e disciplinatamente o al massimo emettendo qualche guaito di sdegno, l’onda montante di marea fatta dalle elucubrazioni di eminenti “esperti” super pagati, super garantiti e con i glutei solidamente ancorati a varie seggiole. L’altra è quella di cominciare a richiamare l’attenzione di tutti sul fatto che si sono forniti strumenti inadeguati al chirurgo, che si rischia di uccidere il paziente e che, pertanto, devono essere prioritariamente riviste tutte le precondizioni prima di intervenire.

Io propendo per la seconda opzione giacché mi sembra del tutto evidente che la situazione economica della stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti ha subito un progressivo, ma inarrestabile deterioramento: autorevoli osservatori indicano in circa 2000 euro la perdita delle retribuzioni e questo, a mio avviso, non tiene conto della indecente differenza tra inflazione programmata e reale.

In questo quadro si inseriscono le specificità del pubblico impiego tra le quali brilla, per assoluta totale mancanza di senso, la previsione di porre a carico del budget riservato al finanziamento della produttività, i passaggi di qualifica all’interno delle aree.

Pesanti interventi esterni sugli ordinamenti professionali, unitamente alla esiguità di risorse pongono ulteriori condizionamenti alle dinamiche contrattuali.

I meccanismi di valutazione, a partire dalla dirigenza, sono minati alla radice da una ingombrante presenza della politica e non solo. Su questo punto non mi sembra di dire una novità o denunciare un nuovo scandalo, basta semplicemente vivere negli uffici per avere la percezione che tutti hanno la certezza che promozioni o rimozioni, carriera o non carriera, a torto o a ragione, sono inevitabilmente attribuite all’appartenenza o all’influenza di questa o quella organizzazione politica o sindacale, che sembra essere determinante anche per la scelta tra concorrenti di pari valore.

In questo coacervo di situazioni complesse, bisogna inserire concetti sacrosanti, come ad esempio la necessità di differenziare le retribuzioni dei lavoratori, valutando le loro prestazioni e valorizzando il merito e la professionalità.

Un aspetto del quale bisogna tener conto e che, generalmente, tra i lavoratori tali concetti non trovano una totale chiusura, anzi sono graditi. La difficoltà è che ci si trova di fronte a problemi che non possono essere ridotti alle dinamiche che possono riguardare il singolo lavoratore o gruppi ristretti, perché il quadro d’insieme delle condizioni generali non è coerente con le esigenze che questo corretto approccio richiede!

Le retribuzioni in “godimento” sono, per la quasi generalità, al limite e qualsiasi scarto considerevole diventa rapidamente intollerabile, e non dal punto di vista concettuale, ma pratico. Non c’è margine di manovra con incrementi contrattuali all’osso, che non coprono neanche l’inflazione, con stanziamenti per la produttività ridicoli e con il blocco dei fondi incentivanti al 2004!

Ma se poi ci vogliamo prendere in giro, allora non c’è problema, i dirigenti avranno il loro bel daffare per cercare di mantenere il consenso, che in realtà operative sempre più piccole è sempre più determinante, e alla fine tutto si aggiusterà anche con il contributo delle rappresentanze dei lavoratori.

Se si vogliono dare strumenti complessi ed efficaci alla pubblica amministrazione si può cominciare con il rimuovere i vari laccioli formali. Si rimuovano i blocchi sull’orario di lavoro, che oggi trasformano la pausa del caffè in un reato contro lo Stato e mezzo di pubblicità per politici e giornalisti, e lo si renda uno strumento flessibile nelle mani delle strutture operative mediante la contrattazione.

Si rendano coerenti le previsioni del codice civile, in materia di mansioni superiori, e si proceda, quindi, alla corretta collocazione del personale in base alle attività svolte.

Si renda effettivamente possibile premiare il merito e si consenta ai lavoratori di avere retribuzioni adeguate.

Purtroppo sembra che nessuna forza politica abbia a cuore il funzionamento della cosa pubblica, almeno stando alle performance degli ultimi Governi. Si continua semplicemente ad usare ed abusare della pubblica amministrazione, anche solo per avere un argomento “politico” da sbandierare.

Una situazione molto comoda, un gioco delle parti che si conduce abilmente con slogan, comparsate televisive, ridondanti decreti e incredibili riforme, ma con l’obiettivo ben preciso di non muovere alcunché, tranne ciò che può servire per conservare il clientelismo, il mantenimento delle interminabili fila di speranzosi che confidano nella possibilità che prima o poi arrivi il proprio turno e il governo di leve strategiche.

Gli unici che non stanno comodi? I lavoratori!